Bruce Springsteen e il bello di un volo in ritardo

Volare è rapido ma fa perdere un sacco di tempo. Anche se lo sport nazionale dei tedeschi è lamentarsi delle loro ferrovie (non hanno mai preso i regionali nel Lazio, evidentemente, a partire dal vergognoso treno da Tiburtina all’aeroporto di Fiumicino) ogni volta che devo fare un viaggio in ICE trascorro delle ore piacevoli a lavorare in santa pace, leggere, riposare e guardar scorrere il panorama (sperando sempre di vedere i cerbiatti che continuano a emozionarmi). Degli ultimi 6 voli che ho fatto, invece, almeno 4 hanno fatto ritardo (tutti fi una nota compagnia lowcost irlandese) che si è aggiunto al tempo perso per raggiungere l’aeroporto con l’anticipo di sicurezza.

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Ma per l’ultimo in fondo non importava perché avevo con me un nuovo libro che non vedevo l’ora di leggere e che non trovavo il tempo di leggere per troppi impegni di lavoro. “I jeans di Bruce Springsteen” di Silvia Pareschi (che molti di voi conoscono come una delle migliori traduttrici italiane, non ultimo di Jonathan Franzen). Così ora posso consigliarlo ufficialmente, perché mi è molto piaciuto.

Alcuni temi li conoscevamo già dal blog. Lo stile dalle sue bellissime traduzioni (no, non è tutto merito dell’autore se un testo tradotto in italiano vi piace). Quindi le aspettative erano alte e sono state decisamente oltrepassate.

Si tratta di un libro di racconti, che compongono un frammento del mito e dell’anima di San Francisco, e degli USA, del tramonto di vecchi sogni americani e del sorgere di nuovi che li scalzano credendo di seguirli, come i giovani che si trasferiscono a San Francisco (come a Berlino) attratti da un’atmosfera che contribuiscono a distruggere. Quanto alla mia reazione, vi basti sapere che mentre leggevo il racconto intitolato “Katrina” temevo che arrivasse (finalmente) il momento di imbarcarmi e dovessi quindi interrompere per qualche minuto la lettura. E soprattutto pensavo che sarebbe stato bello se fosse stato un romanzo, con tante e tante più pagine da leggere (speriamo che arrivi, che Silvia trovi il tempo di scrivere ancora, pur senza smettere di regalarci le sue belle traduzioni).

Raccontare una città non è facile. Raccontare un intero paese ancora meno.

È difficile avere il distacco per raccontare veramente la propria città. Una città in cui si è andati a vivere da adulti, invece, è già un’altra storia. È un po’ come la differenza tra una persona conosciuta da adulti e una che era con noi alle elementari. Apparentemente la seconda è più familiare ma in realtà e la prima che riusciamo a capire meglio. Forse perché ci si presenta come una entità autonoma, meno frammista alle nostre storie.

Silvia riesce a fare entrambe le cose: a farci vedere l’America e San Francisco dalle sue storie, come fa da tempo anche col blog, e a raccontarle dall’esterno (come nel caso di Katrina) come se fosse stata presente. Un compito arduo.

Ecco il mio consiglio di lettura se state pensando ai libri da portare in vacanza.

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4 pensieri su “Bruce Springsteen e il bello di un volo in ritardo

  1. ” … come i giovani che si trasferiscono a San Francisco (come a Berlino) attratti da un’atmosfera che contribuiscono a distruggere”, questa me la segno, è troppo bella 😉
    p.s. condivido in pieno il parere sul libro di Silvia Pareschi, per me libro dell’estate.

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