Errare

“Si incamminò con le mani in tasca, fischiettando e puntando, grosso modo, in direzione del bar dove era stato la sera prima. Non c’erano stelle, e l’aria prometteva pioggia. Attraversò le ombre disegnate dai lampioni di enormi pini sgraziati, ascoltando le voci delle ragazze, le fusa dei motori, chiedendosi che diavolo stesse facendo lì mentre avrebbe dovuto essere già tornato a Roach, ma con la forte sensazione che, una volta a Roach, avrebbe cominciato a chiedersi che diavolo ci facesse lì, e che forse dovunque d’ora in poi fosse andato se lo sarebbe sempre chiesto. Ebbe una visione subitanea e grottesca di se stesso: Levine Culodilardo l’Ebreo Errante, che discuteva con altri Ebrei Erranti nelle sere feriali, in città forestiere e anonime, il problema essenziale dell’identità – non tanto del proprio io, quanto l’identità di un luogo, e che diritto abbiamo veramente di essere in un luogo qualsiasi”.

(Thomas Pynchon, La Pioggerella, in: Un lento apprendistato, trad. it. di Massimo Bocchiola, ed. Einaudi, pp. 32-33).

Un libro che non posso dire di aver amato ma che anche solo per questa frase, una frase che sembra riassumere Fernweh e l’inevitabile e incorreggibile smarrimento di chi è espatriato e non può fare a meno di continuare a osservare il mondo da angolature diverse, meritava di essere letto.

MoeweFernsehturm

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