Un nemico del popolo (secondo Ostermeier)

Dopo uno strepitoso successo mondiale, alla Schaubühne è di nuovo di scena “Ein Volksfeind” (“Un nemico del popolo”) di Ibsen, con la regia di Thomas Ostermeier. Uno spettacolo che consiglio a tutti di non perdere.

Scritto nel 1882 in Tirolo, En Folkefiende, Un nemico del popolo, ha sempre avuto un grande successo a teatro.

La pièce è ambientata in una cittadina che regge la propria economia sulla fonte termale e le connesse terme. Finché il medico delle terme, fratello del sindaco, non scopre che in realtà l’acqua è inquinata e nociva, per un errore nell’allaccio delle tubature.

Niente di più semplice: bisogna denunciare e correggere l’errore. Con l’aiuto della stampa e l’appoggio dei piccoli borghesi, vero tessuto sociale del paese.

Niente di più complicato: se si denuncia la verità si blocca per due anni l’attività delle terme e si manda in rovina il paese. Bisogna tacere, con l’aiuto della stampa e l’appoggio dei piccoli borghesi.

Ma poi è così sicuro che le analisi del dottore sono fatte bene? Vale di più la salute dei pazienti delle terme o la salute cittadina che dei guadagni delle terme si nutre? L’inquinament riguarda solo l’acqua o la società intera?

Tutto diventa ambiguo.

Nella storia delle rappresentazioni di questo dramma in cinque atti c’è uno spartiacque: da quando il regista americano Charles Marowitz nel 1984 decise di far partire la messa in scena dal quarto atto, relegando il contenuto del primi tre atti a flashback, molti registi hanno seguito la sua idea. Non pochi, inoltre, hanno avuto l’idea di porre alcuni attori nel pubblico e di far apparire gli spettatori come gli stessi cittadini invitati al pubblico dibattito sulle terme e sul degrado della civiltà.

Ostermeier – che con un testo di Ibsen ha prodotto uno dei suoi capolavori, Hedda Gabler – con la rielaborazione di Florian Borchmeyer, sceglie, giustamente, di rimettere in ordine il testo seguendo Ibsen e di usare l’espediente del coinvolgimento del pubblico.

Il risultato è l’attualizzazione di un testo che potrebbe risultare un po’ troppo sociologico, una rivisitazione che riesce a non scadere in una nuova facile sociologia, con l’inevitabile coinvolgimento della crisi economica mondiale e, a Berlino, persino di quella cittadina (dal pubblico si cita, ovviamente, l’aeroporto).

Il testo di Ibsen è stato integrato con parti della controversa opera anarco-insurrezionalista L’Insurrection qui vient, scritta da anonimi sotto il nome di “Comité invisible”, per riflettere, queste le parole di Ostermeier rilasciate a Nicolas Truong per “Le Monde” (20/07/2012) su “una generazione che ha il cuore a sinistra e il portafogli a destra, che vuole cambiare il mondo senza sporcarsi le mani e senza confrontarsi con il potere”.

Il medico Stockmann (Stefan Stern) – è curioso che per tutti sia lui “Stockmann”, mentre il fratello (Ingo Hülsmann) è per tutti semplicemente “il sindaco”, senza bisogno di un cognome – appare subito ben caratterizzato con alcune goffaggini: una brava persona un po’ ingenua che sbatte agli spigoli, inciampa, non prende bene le misure, si trova con un cesto di panni in mano mentre tutti gli altri si muovono liberi.

Per lui se la società è guasta, per sanarla servono nuovi modelli e nuovi strumenti, a monte del guasto, non i palliativi che ci si può permettere sul momento, come vorrebbe il sindaco, che ha il parlare flautato dei politici, abiti perfetti, niente cibo caldo la sera, niente caffè, pronto ad aiutare il fratello minore, purché questo sia una sua emanazione.

Due visioni differenti della vita ma anche semplicemente due fratelli, capaci di azzuffarsi per una giacca, in una scena meravigliosa.

Il piccolo borghese è l’incarnazione del compromesso, proprio come indossare la giacca sui jeans.

Anche tutti gli altri personaggi sono – come sempre – portati in scena magistralmente dagli attori, con perfette sfumature: dal pastore tedesco del suocero di Stockmann, alle cuffie del redattore del giornale, che sembra uscito direttamente da un caffè berlinese.

Se quelli del Comité invisibile non vogliono sporcarsi le mani, Stockmann si troverà pieno di sporcizia con le sedie e le poltrone coperte perché non si sporchino a loro volta.

Il pubblico applaude quasi inevitabilmente al suo discorso anarchico, senza rendersi conto che in realtà la pensa come il piccolo borghese.

La frase cardine del testo non è più l’ibseniana “L’uomo più forte del mondo è quello che è più solo” ma “I am what I am”, della pubblicità Reebok.

Il commento al cambiamento è la canzone di David Bowie “Changes”, che con una bella trovata Ostermeier fa suonare al complesso musicale composto da Stockmann, la moglie, e i due giornalisti.

Tutti e quattro dovranno voltarsi e guardare l’estraneo che si diventa a se stessi quando si cambia o non si cambia, o si dovrebbe cambiare per volontà altrui o convenienza propria.

Una messa in scena fluida, con trovate scenografiche semplici quanto potenti (su tutte, l’imbiancatura improvvisata della sala per il dibattito, che a me ha fatto pensare inevitabilmente ai “sepolcri imbiancati”).

Fino al finale, decisamente migliore di quello ibseniano.

Sono previste repliche (per chi teme il tedesco, spesso sono presenti dei sovratitoli in inglese).

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