“Si fa quel che si può”

Scrivendo dei distributori automatici di libri, mi è venuto in mente che uno dei primi romanzi che comprai in tedesco era un romanzo leggero, del quale avevo letto una anticipazione sul giornale distribuito dalla Deutsche Bahn sui treni.

Chiunque abbia faticato a imparare una nuova lingua sa quale piacere sottile dà leggere per la prima volta un romanzo in originale, anche quando da tempo, magari, si leggono testi scientifici in originale. Quasi non importa il tipo. E questo, in fondo, era il tipo di romanzo che di solito non leggo – e che pure mi ha divertito.

Ero all’aeroporto di rientro in Italia ancora incerta su dove sarebbe stato il mio futuro, giravo nella piccola libreria e senza pensarci due volte comprai il libro in questione: “Man tut was man kann” (“Si fa quel che si può”), di Hans Rath, edito da Rowohlt Verlag di Amburgo.

Protagonista della storia è Paul, brillante direttore del personale in una casa editrice di periodici; ha una figlia e un matrimonio alle spalle, un presente che non vuole legami. Anche il cane che porta a spasso non è il suo.

Vicino a lui ci sono il sodale e collega Schamski, l’amico Günther, un nerd incline al romanticismo, e Bronko, un artista disoccupato.

A causa di differenti catastrofi personali, questi ultimi finiscono tutti in casa di Paul, creando una strana forma di convivenza tra uomini che, nonostante la minore o maggiore affermazione sociale, di fatto sono ancora dei “ragazzi”, non troppo dissimili da studenti alle prime armi che condividono un’abitazione.

Le donne, seppure non appaiano come protagoniste del romanzo, determinano l’esistenza di tutti i personaggi, dei quali si dimostrano chiaramente più decise e mature.

Ogni personaggio maschile, dunque, è in realtà l’ombra da una donna, e per una sorta di contrappasso il protagonista, che vorrebbe esserne indipendente, si trova tanto più circondato da una serie di indispensabili figure femminili: la fedele segretaria anziana, le conquiste recenti, la figlia, fino alla ragazza che manderà definitivamente in frantumi il presunto cinismo.

Lo stile narrativo è molto accattivante, ricco di dialoghi diretti e brevi descrizioni, che fanno somigliare il romanzo a una sceneggiatura di un film, dalla quale appare subito chiaramente l’impostazione di ogni singola scena.

L’umorismo che caratterizza tutto il romanzo è ben misurato. Pur parlando di sesso non scade nella volgarità, pur analizzando vicende sentimentali non è mai melenso, pur servendosi di numerosi cliché non appare banale.

Il protagonista non estorce la simpatia del lettore, non ispira tenerezza ma semplicemente, come dice il titolo “fa quel che può”. Proprio per questo, tuttavia, finisce per mostrare una grande umanità.

Il libro è la prima parte di una trilogia che prosegue con i volumi “Da muss man durch” (2010) e “Was will man mehr” (2011) – sebbene si possa leggere autonomamente. L’autore, Hans Rath (1965), ha studiato filosofia, germanistica e psicologia. Lavora come sceneggiatore, collabora come recensore con l’edizione tedesca di Playboy e con la rivista femminile Brigitte. È autore anche del saggio umoristico “Die Kunst der Beleidigung” (“l’arte dell’offesa”, 2007), di “88 Dinge, die Sie mit Ihrem Kind gemacht haben sollten, bevor es auszieht” (“88 cosa che dovreste aver fatto con vostro figlio, prima che diventi grande”, con Edgar Rai, 2011).

Nel 2012 dal romanzo è stato tratto il film “Man(n) tut was Man(n) kann” (un gioco di parole tra “si fa quel che si può” e “un uomo fa quel che può”), per la regia di Marc Rothemund (La Rosa Bianca – Sophie Scholl, orso d’argento alla Berlinale del 2005 e successivamente candidato all’oscar come miglior film straniero), con Wotan Wilke Möhring (Operazione Walkiria, Soul Kitchen).

L’uscita del film e le pile di libri di Fabio Volo in Italia (per la verità non l’ho mai letto e non so se sia veramente paragonabile come lettura leggera) mi hanno portato a proporne la traduzione ad alcune case editrici italiane. Che non hanno accettato.

Allora mi permetto di presentare qui un piccolo estratto in italiano dal primo capitolo, per chi fosse curioso (se tra voi ci sono lettori di Fabio Volo potete dire la vostra).

Diciamo che è un po’ di “roba da leggere a portar via”, per tornare ai distributori succitati.

Buona lettura!

man-tut-was-man-kann(…) Quando Kathrin un paio di giorni prima aveva messo la sua mano nella mia, si era presentata con “ciao, sono Kathrin” e aveva acceso il suo brillante sorriso raggiante al di sopra di un grazioso vestito grigio pallido, io già sapevo che ero papabile. Un donna di quasi quarant’anni, che si mette in tiro per un vernissage di quart’ordine, come se subito dopo dovesse candidarsi come dirigente della borsa di New York, o è una gallerista senza successo o è a caccia di un marito.

Kathrin, come risultò poco dopo, non era una gallerista, però aveva a che fare con l’artista che esponeva, un uomo magro, con i capelli lunghi e con lo stupido nome d’arte “Bronko”.

Non capisco praticamente niente d’arte, ma in qualche modo esaminandone i ritratti femminili, che caratterizzavano il grosso dell’esposizione, non riuscivo a mettere da parte la sensazione che Bronko chiaramente non aveva mai visto una donna nuda. In realtà già entrando nella galleria ho avuto l’impressione che l’artista a mala pena avesse due mani. E per la verità non si trattava nemmeno di una galleria ma di un appartamento da ristrutturare, che era stato camuffato in galleria con un paio di riflettori e di tavoli da bar. Tuttavia i promotori si presentavano sicuri di sé, i prezzi d’acquisto delle opere presi tutti insieme innalzavano un sacco il valore della casa nella quale erano appesi.

Io mi stavo immaginando come due esperti d’arte, che avessero dovuto stimare l’esposizione per motivi tecnici legati all’assicurazione, vedendo i prezzi esposti avrebbero riso fino a farsi venire le lacrime agli occhi, quando qualcuno mi rivolse la parola.

“Salve, come trova la mia esposizione?”.

La MIA esposizione? Apparentemente ero personalmente di fronte a Bronko. All’ingresso c’era una sua foto in formato grande, nella quale era ritratto in posa pensierosa, sguardo in basso, i suo lunghi capelli che gli scendevano sul viso e lo ricoprivano in gran parte. Il motivo mi divenne ora immediatamente chiaro. Lo sguardo di Bronko era spaventosamente simile a quello di Marty Feldman, per quanto, giuro, Bronko era ancora più strabico. Era talmente strabico, che ebbi l’impressione di provare fisicamente io stesso lo sforzo disumano che comportava e per un momento temetti di far divergere anch’io lo sguardo per solidarietà.

Poiché non avevo ancora chiaro se Bronko si fosse riferito al gruppo alla mia sinistra o a una coppia che stava un po’ oltre a destra, cercai di capirlo limitandomi a sorridere.

Lui rafforzò e rese ancora più ostinato il mio sospetto, che si fosse rivolto proprio a me. Bella domanda: come trovavo la sua esposizione.

Per non ferire nessuno, e soprattutto per scansare la discussione, in questi casi mi sono abituato a non dire la verità all’artista e allo stesso tempo a dare prova che sono in linea di massima un ignorante in materia, e nel caso particolare estraneo alla cosa. Lo chiamo “recitare il beato idiota”: mi ha tirato fuori già da un sacco di situazioni rischiose. Nessun artista può accettare le critiche nel momento del suo presumibilmente più grande trionfo, come, per esempio, quando le sue fantasie erotiche siano appese in una baracca. Anche solo il sentore di un dubbio sulla sua genialità comporterebbe discussioni lunghe ore. Per giunta se un artista fiutasse che uno ne capisce un po’ di arte, non troverebbe pace finché non si fosse quantomeno riconosciuta la calligrafia di un genio nelle sue opere. Questo vale per artisti di ogni genere. Per cui per un verso bisogna entusiasmarsi, per l’altro bisogna darsi dello scemo.

“Eccellente”, mentii spudoratamente, “sono profondamente impressionato. Veramente vado raramente a dei vernissage, cioè in realtà mai, ma sono contento di essere qui stasera”. Breve pausa ad arte. “Il prosecco peraltro è pure eccezionale”. Con l’ultima frase sollevai il mio bicchiere di Ikea con dentro una sbobba da discount e sorrisi di nuovo.

Bronko gettò il suo sguardo ancora a sinistra verso il buffet e dall’altra parte a destra, oltre me, in direzione della porta. Presumo che mi fissasse e per un momento ebbi il brutto timore che potesse essere un veggente dell’antica Grecia capace di intendere perfettamente le mie intenzioni. Tuttavia poi alzò anche lui il suo bicchiere, brindò con me, e replicò: “Che bello, si goda la serata” e si fece da parte, presumibilmente per puntare un uomo brizzolato con la sciarpa, che ritenevo a seconda un assessore alla cultura o il proprietario di un bar gay.

Nel momento in cui Bronko si allontanò, Kathrin si aggirava nei paraggi.

“Ciao, sono Kathrin”.

“Ciao Kathrin”.

“Mi sono accorta di come ha parlato con Bronko, e trovo fantastico che gli abbia fatto coraggio. Vorrebbe tanto essere un artista…”.

Kathrin, penso, anche io vorrei qualche volta essere un filantropo. O almeno un tipo gentile.

“… i medici avevano già quasi abbandonato la speranza, sembrava che non potesse mai più vedere bene…”.

Nella mia mente vedevo semidei in bianco, sconcertati, scuotere la testa, con le lacrime agli occhi, piegati sulla cartella clinica di Bronko.

“… ma poi questo professor Siebenstein, uno svizzero, ha osato un intervento rischioso e lo ha salvato”.

Kathrin mi guardò con occhi raggianti, come se mi avesse appena dato il materiale per un film di successo internazionale. Mi immaginai Tom Cruise nel ruolo di Bronko, legato a un tavolo operatorio argenteo brillante, circondato da un team di medici internazionale, guidato dal professor Siebenstein, per l’interpretazione del quale più tardi Sean Connery avrebbe ricevuto un Oscar.

Sorbii il mio prosecco e considerai di dire qualcosa come “è stato un piacere conoscerla” e di volgermi di nuovo agli scarabocchi di Bronko ma Kathin mi bloccò il cammino. Evidentemente insisteva per fare due chiacchiere.

“Lei lo conosce piuttosto bene, no?”, chiesi.

“Sì, è mio fratello – ma non vogliamo darci del tu?”.

Suo fratello, ah. Pensai a chi avrebbe dovuto interpretare quindi il ruolo di Kathrin in “Luce della passione” – così avevo intitolato provvisoriamente il successo cinematografico sull’operazione agli occhi di Bronko. Avrebbe dovuto essere una tipo Liza Minelli da giovane. Anche se Kathrin aveva un viso molto più proporzionato e chiaramente era molto meno glamour. Forse Kira Knightley? No, troppo bella. Natalie Portman? Oddio, no, troppo, troppo bella. Per la sfacciataggine ci sarebbe stata bene soprattutto Mireille Mathieu da giovane. Forse bisognerebbe fare il casting in Francia. Come si chiama l’attrice che ha fatto “Il meraviglioso mondo di Amelie”?

Kathrin aspettava. Voleva un tu e voleva il mio nome.

“Volentieri. Sono Paul”.

“Kathrin – ma questo già lo sai. Ancora un prosecco?”.

Eccomi incastrato. Kathin palesemente non voleva solo ringraziarmi perché io avevo incoraggiato suo fratello, semicieco, a continuare la sua carriera pittorica. Piuttosto riteneva di essere di fronte a un sensibile coetaneo, che si sapeva comportare con gli handicappati, e quindi probabilmente amava anche gli animali e i bambini, sembrava discretamente atto a procreare, si interessava alla cultura e a giudicare dagli abiti si dedicava a qualche attività lavorativa regolare. Pertanto ero appena rientrato nella sua lista di candidati.

“Certo”, dissi e cercai di fare un’impressione possibilmente sciolta, mentre nella mia testa la mia vita scorreva con l’acceleratore, come in una pubblicità dei Baci Perugina. Io e Kathrin adolescenti, facciamo una battaglia con le palle di neve, poi ci lasciamo cadere e ci baciamo abbracciati. Taglio. Kathrin e io come giovane coppia. Con la nostra prima macchina corriamo verso l’Italia, lei ride, anche io rido, sullo sfondo si vede il castello di Canossa. Taglio. Kathrin è al termine della gravidanza, addobba un albero di Natale. Io rientro dall’ufficio, ovviamente lavoro in proprio e sono indebitato fino sopra le orecchie, ma ora che sento il tepore casalingo, tutta la tensione sparisce. La guardo con gratitudine, lei ha un sorriso rasserenante. Taglio. L’albero, che Kathrin ha giusto appena decorato, si è tramutato in uno splendente albero di Natale, che si trova in una casa signorile. Temo che sia il periodo del boom di internet e abbiamo guadagnato una quantità di denaro oscena, perché i nostri cinque figli vanno alle scuole private e noi indossiamo solo abiti griffati casual chic. Kathrin, che nel frattempo ha degli affascinanti capelli grigi, brinda con me con un bicchiere di Champagne ben stagionato, mentre io levo il mio bicchiere con scotch whisky Single Highland Malt. Taglio. Kathrin, che nel frattempo ha più di sessant’anni, con il suo corpo rifatto da un lifting costato 100.000 euro, se ne sta su una sdraio, in pareo, al sole del sud. Non dimostra più di quarantacinque anni. Io le siedo a fianco, una attraente seychellese mi serve uno scotch whisky Single Highland Malt e io mi chiedo quand’è che ho smesso di vivere. Ma questo non lo si vede. Ciò che si vede è che Kathrin mi sorride e io le rispondo con un sorriso. Nessuno può indovinare chi di noi porti la dentiera.

“Paul? Stai sognando?”.

Kathrin mi porse un nuovo bicchiere di prosecco e brindò con me in maniera provocante. Presagii che la domanda successiva avrebbe potuto essere, per esempio, che lavoro faccio.

“Ok, Paul, che fai? Intendo, di lavoro”.

Kathrin, ho la pessima impressione, che dal punto di vista lavorativo andremmo molto d’accordo, ma questo non significa nulla.

“Tu per prima”.

“Segretaria poliglotta. Però purtroppo è difficile trovare un posto, quindi al momento lavoro come segretaria – cioè come assistente alla dirigenza, ma di fatto sono segretaria”.

Bene. Esattamente come temevo.

“Adesso tu”.

“Io lavoro nell’ufficio del personale di una casa editrice di periodici”.

“Come impiegato o cosa?”. Kathrin presagiva che le avessi sottaciuto qualcosa.

“In realtà sono a capo dell’ufficio”.

“Oh, un capo del personale”, disse Kathrin con una punta di ironia, sebbene probabilmente volesse solo nascondere, che era molto felice di quello che aveva sentito. Presumibilmente si stava domandando se io magari guidassi una Porsche. Certo sarebbe chic, ma forse anche problematico al momento di optare per una station wagon, necessaria per via dei bambini e del cane.

“Tuttavia non ho una Porsche”, dissi e cercai di leggere sul suo volto, se avevo indovinato i suoi pensieri. Ma non era così.

“E sei qui da solo?”.

Scossi la testa. “Con un amico”.

“Con un amico o con… il tuo ragazzo?”.

Brava Kathrin. Scaccomatto in quattro mosse. Finora non c’era riuscito nessuno: con una sola domanda risolvere sia il mio stato familiare, sia il mio orientamento sessuale.

Risi e considerai per un momento se non dichiararmi gay. Ma anche questo alla mia età non si fa più.

“Con un amico. Mi piacciono le donne, non sono sposato e al momento non ho un legame”. Per semplificare il tutto, pensai.

Kathrin si illuminò. “Anche io”.

“Anche a te piacciono le donne?”.

Rise. “No, intendevo… lo sai che intendevo”.

Sì, Kathrin, lo so benissimo cosa intendevi. Intendevi che adesso dovremo rompere il ghiaccio e usare la sera per farci domande banali e chiarire così le cose in comune. Pesce o carne, vino rosso o vino bianco, città o compagna, cinema o teatro, formale o jeans. Alla fine il rituale scambio dei numeri di telefono.

Un paio di giorni dopo un appuntamento per cena, la tiritera dei reciproci desideri e sogni. Una famiglia numerosa o no, o nessuna famiglia? Una casetta nel sud o magari piuttosto un grosso casale da ristrutturare da soli? Dove si vorrebbe stare tra dieci, venti, trent’anni? C’è qualcosa che bisogna fare assolutamente prima di diventare vecchi? Poi aneddoti di gioventù, un paio di storie di famiglia, con bene incastonate annotazioni su piccole o grandi pecche come l’abitudine di guardare la tv o qualche malattia ereditaria. Grossomodo dovrebbero essere intanto abbozzati la socializzazione da entrambi i lati e il rispettivo profilo psicologico, e tutto ovviamente in maniera sciolta, con humor e in una atmosfera piacevole. È permesso flirtare, anzi è raccomandato, la sera finisce senza sesso ma con un bacio di saluto, che idealmente è qualcosa di più di un bacio di saluto, ma meno di un bacio appassionato.

Breve pausa. Nuovo appuntamento. Due chiacchiere con l’approfondimento dei punti all’ordine del giorno della prima cena, ogni tanto con qualche contatto fisico, che appare casuale. Bacio di saluto, che si trasforma in un bacio appassionato. Sesso. Ancora sesso. Casomai ancora sesso.

“Hai già provato il pesce?”.

“Ancora no”.

“È veramente buono. Io mangio piuttosto volentieri il pesce”.

Mi guardai discretamente un po’ intorno, prima di mettermi in una posizione scomoda.

Cercavo Günther, il coglione.

Günther, che già mi aveva messo in questo disastro di vernissage, nel frattempo non aveva fatto il minimo progresso in ciò che motivava la nostra presenza lì. Günther è un single incallito di quarantuno anni, che potrebbe ben raddoppiare le proprie chance con le donne, se solo rinunciasse a quella specie di pelliccia che gli penzola dalla faccia e che lui chiama fiero una “una bella barba”. Considera i peli spiccatamente mascolini e sottolinea questa presunta mascolinità con pullover tessuti grossolanamente e pantaloni casual, perché crede che gli diano un tocco di romanticismo marinaresco. La mia obiezione, che la maggior parte delle donne a guardarlo si vedono già col pancione circondate da un’orda di bambini malvestiti su uno scoglio solitario, dove cercano disperatamente con lo sguardo la sagoma di una barca di pescatori che faccia ritorno, Günther la ignora ostinatamente e si lamenta che lui non ha niente a che fare con la marina, perché lavora in ambito informatico.

È chiaro, Günther, ma ciò non migliora la situazione. Le donne che vedono la tua barba e vengono a sapere che sei nel settore dell’informatica, credono di avere a che fare con un nerd, che probabilmente ha in casa programmi craccati e video asiatici violenti e che non è in grado di mostrare sentimenti – a meno che un multiplayer del tutto sconosciuto all’altro capo del mondo passi virtualmente a miglior vita in un qualche sparatutto.

D’accordo, perlomeno la barba di Günther sta bene con il suo aspetto mastodontico. Incarna la calma e la tranquillità di un uomo, alle spalle del quale una donna si può appoggiare. Non riesco però a mettere da parte l’impressione che Günther esageri con questa storia dell’orsacchiotto. Si muove più lentamente di quanto non potrebbe muoversi in realtà, parla più lentamente di quanto non potrebbe parlare, e soprattutto pensa pure più lentamente di quanto non potrebbe pensare. Perciò manca molto poco che la sua calma e maestà non lo facciano in realtà sembrare un fannullone tonto. Ma tutto questo Günther non lo vuole sentire, perché ha una missione dalla quale non posso distoglierlo. Günther il romantico che va per mare, vuole approdare al matrimonio, e subito.

Sono due le cose che lo rovinano. La prima è che è un programmatore di talento ma un uomo d’affari di merda. Ha contribuito a sviluppare uno de giochi online di maggiore successo al mondo, ma si è fatto talmente imbrogliare dal suo socio in affari, che Günther ancora oggi è accampato in una baracca per studenti, per saldare un mucchio di debiti pari al Monte Cervino, mentre il suo socio d’affari si abbronza le chiappe al sole dei Caraibi. Günther è dunque un orso con l’animo di un bimbo all’asilo, e resterà probabilmente con l’animo di uno che si è fermato all’età dell’asilo.

In secondo luogo Günther si sforza di sottolineare la sua mascolinità perché in realtà dentro di lui alberga una manica di conigli quando si tratta di donne. Quando a Günther piace una donna, fa di tutto, ma proprio tutto, per conoscerla, salvo semplicemente rivolgerle la parola. Piuttosto Günther ha per principio un piano molto oscuro e sempre incredibilmente complicato, per rendersi noto alla prescelta. Quando vedo apparire il suo numero sul display, so già che mi trascinerà a corsi di flamenco, notti di slam poetry, o magari a una fiera di strumenti a percussione, perché dietro c’è un piano per conoscere una donna.

Oggi si tratta di Iggy, che in realtà si chiama Ingrid, ma da tutti viene chiamata Iggy. Iggy è una cameriera mora, un po’ precocemente invecchiata, però niente affatto non attraente, che voleva studiare per diventare stilista, ma che in qualche modo si era arenata a fare lavoretti. A giudicare dal suo aspetto, a un certo punto deve aver perso anche interesse per la moda. Da un paio d’anni aveva aperto con due amiche il Pan Tao, un piccolo pub che dopo la ristrutturazione è diventato un bistro. Il legno scuro era stato sostituito con uno chiaro, le pareti erano state dipinte di un bianco luminoso, lo spazio era stato provvisto di un paio di pezzi di arredamento etnici e di un possente lampadario a corona dal fascino metropolitano. I pochi clienti, più che altro ubriaconi blateranti, si cercarono un altro posto lercio e lasciarono spazio a un pubblico giovane e urbano, che tuttavia con la rapidità del vento perse interesse per il Pan Tao. Iggy e le sue amiche, infatti, avevano cercato di compensare i costosi lavori di ristrutturazione risparmiando su cibo e bevande. Quando nel quartiere si sparse la voce che il vino del Pan Tao faceva venire mal di testa non differenti da quelli delle vittime delle granate della prima guerra mondiale, e che il cibo nel caso migliore causava la nausea, nel peggiore la morte istantanea, si giunse all’idea salvifica di esportare l’offerta gastronomica in altri punti della città, dove non era ancora noto che persino i cani randagi si tenevano lontani dagli avanzi del Pan Tao.

Tutto ciò venne chiamato da Iggy e compagne “Catering Service”.

Era una salvezza, giacché all’epoca al Pan Tao erano rimasti solo due clienti, ovvero Günther e io. Mi è tuttora assolutamente incomprensibile come sia possibile NON attaccare bottone con una cameriera in un pub completamente vuoto, eppure in qualche modo Günther c’era riuscito. Benché io abbia fatto di tutto perché si instaurasse una conversazione tra i due, il dialogo tra loro si limitò sempre solo a un paio di affermazioni monosillabiche, con Iggy che poi se ne tornava al bancone, si accendeva una sigaretta e si annoiava davanti a una rivista. Quando io a un certo punto mi rifiutati di cenare ogni due giorni al Pan Tao, perché tanto valeva allora cominciare a mangiare veleno per topi, Günther andò nel locale da solo, si sedeva al bancone, leggeva il giornale si comportava come se quello fosse il suo modo di passare il tempo libero.

Una di quelle sere si stava per giungere a un momento di erotismo scoppiettante, che nella vita di Günther può essere rubricato come storico. Günther aveva dimenticato a casa il portafogli ed era già lì lì per uccidersi dalla vergogna, quando Iggy tutta tranquilla gli fece cenno di no e disse “lascia perdere, metto in conto”.

Günther meditò per molte ore sul significato segreto di queste parole, mentre metteva in corpo parecchi alcolici, poi mi chiamò, più o meno alle quattro del mattino.

“Lascia perdere? Metto in conto? È per questo che mi butti giù dal letto, Günther?”

“Penso di piacerle, non permetterà mica a tutti di mettere i conto, no?”, replicò Günther con la bocca impastata.

“Günther, tu sei l’unico cliente che hanno. Se lascerebbero mettere in conto anche a un altro, se ci fosse, non te lo so dire”.

Ci fu una breve pausa, sentii deglutire più volte, chiaramente Günther aveva buttato giù un drink.

“Che stai bevendo?”

“Red Bull e Ramazzotti”.

“Gesù Cristo”.

“È buono”.

Di nuovo Günther fece una pausa, stavolta stava palesemente riflettendo.

Poi chiese: “credi che abbia qualche chance con lei?”.

Oddio Günther! Come ti devo rispondere? Non lo so. Ho bisogno di un paio di indizi in più di “lascia perdere, metto in conto”. Chiedile se vuole venire a mangiare con te. O al cinema. Magari tu ti accontenti semplicemente di leggere il giornale la sera con lei, questo suona già tipico di una coppia passabile.

Me lo vedevo, Günther, triste, rannicchiato nel suo minuscolo appartamento, circondato da bottiglie vuote, cavi aggrovigliati e marchingegni tecnologici.

“Insomma, è un inizio”.

“Credi, veramente?” nella sua voce risuonò la speranza.

No, decisamente non lo credevo, ma volevo incoraggiarlo.

“Sì, lo credo veramente”.

“Bene”, disse, e per il momento sembrò felice.

Un paio di giorni dopo Günther venne a sapere casualmente che il Pan Tao avrebbe allestito il catering per un vernissage. Gli era apparso così il secondo segno del destino.

Il piano di Günther era andare al vernissage e lì per caso incontrare Iggy, da una parte per scambiarci due parole, dall’altra per avere un po’ di materiale da conversazione per la prossima visita al Pan Tao.

Gli spiegai con una pazienza angelica da insegnante di sostegno, che probabilmente Iggy al vernissage avrebbe avuto un sacco da fare e quindi forse non si sarebbe neanche accorta di lui, motivo per cui ritenevo assolutamente inadatta la serata come base per un futuro dialogo. Ma Günther, persuaso che gli dei fossero bendisposti con lui, non si fece fuorviare. Mentre io parlavo con Kathrin, Günther bazzicò così tanto intorno a Iggy, che alla fine lei gli offrì un bicchiere di prosecco e gli disse “ciao”, motivo per cui Günther, più tardi, giurò e spergiurò che lo aveva riconosciuto.

Per Günther era così raggiunta la seconda tappa del suo presumibilmente secolare corteggiamento di Iggy, puntò direttamente su me e Kathrin e spiegò che doveva sgranchirsi un po’ le gambe, che non si sentiva bene. Anche questo è normale. Non appena Günther mette in atto i proprio piani erculei, la sua circolazione impazzisce. O il suo stomaco. O entrambi.

“Era questo il tuo amico?”.

Annuii e lessi in viso a Kathrin che Günther non si era avvicinato neanche per una frazione di secondo alla lista dei suoi candidati, cosa che avevo segretamente sperato, ma alla quale non avevo veramente creduto.

“Mi vado a occupare un po’ di lui” dissi sottovoce a Kathrin, e mi preparai ad andare.

“Ci sentiamo?”.

“Certo, perché no?”, risposi e subito dopo mi resi conto, che suonò tanto indifferente, quanto lo era per me.

Kathrin ignorò il tono, tirò fuori un pezzetto di carta, lo divise in due, scrisse il suo numero su un foglietto e mi diede l’altro, insieme alla penna. Alla mia età non si scrivono più nemmeno numeri falsi.

Fuori trovai Günther appoggiato a un lampione, bianco in volto ma anche felice che il suo piano così spinoso avesse funzionato oltremisura.

“Stai bene? Ti devo accompagnare a casa?”.

“Andiamo a bere una cosa da qualche parte” rispose Günther.

Anche questo faceva parte del rituale dei rari appuntamenti di Günther, ovvero l’amorevole e pignola valutazione del fine raggiunto.

Poiché lo sapevo, mentre ammiravo i quadri di Bronko ero già spiritualmente passato alla sottintesa successiva proposta di andare al bar e avevo cercato di richiamare alla mente le rispettive liste delle bevande.

Avevo già scelto un locale che stava giusto a due isolati. Mi ero anche ricordato che la barista sembrava un travestito e le decorazioni interne potevano essere state ideate da Bronko, però avevano un paio di vini decenti sulla carta.

Il resto della serata io e Günther lo passammo cercando di sviscerare i molteplici significati della parola “ciao”.

(Qualora la pubblicazione di queste pagine leda il diritto d’autore, sono pronta a rimuoverle)

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