Kronhardt e lo sguardo sulla recente storia tedesca

Nel romanzo di Ralph Dohrmann, Kronhardt (Ullstein, Berlin, 2012, 928 pp.), che è stato finalista al premio per la letteratura alla Fiera del libro di Lipsia del 2013, vanno in scena ottanta anni di storia tedesca, analizzati attraverso una prospettiva soggettiva, poiché, come si legge nell’incipit, per descrivere il mondo bisogna descrivere chi lo descrive.

A Brema dopo la guerra, tra le macerie del passato e il miracolo economico del presente, nella fabbrica di merletti Kronhardt&Figlio le macchine crepitano come se nulla fosse accaduto. Willem, unico figlio dell’erede della fabbrica, cresce sotto lo stretto controllo della madre e del patrigno, in un ambiente opportunisticamente americanizzato e anticomunista. La mentalità familiare appare troppo limitata a Willem, che presto ne prende le distanze. Addolorato per la perdita del padre naturale, morto in circostanze che sono rimaste misteriose, cerca la sua libertà in ampie escursioni nella campagna e si interessa ai fenomeni della natura. Durante gli studi, viene in contatto con persone molto diverse dal suo milieu e osserva il mutamento della sua nazione.

Il Sessantotto e l’esperienza di una comune berlinese non bastano a Willem per sentirsi libero. Lo sviluppo avviene solo più tardi, quando la Germania è ormai riunificata, il mondo si è fatto globale, l’11 settembre e Fukushima hanno cambiato la realtà: con l’aiuto di un detective Willem scopre come è morto il padre. Questo gli permette di ripercorrere il passato e riconoscere quanto ogni individuo sia influenzato dalle differenti visioni del mondo, che l’umanità prima crea e poi rovescia.

Il cognome “Kronhardt” è sia quello del protagonista, sia quello del padre scomparso, sia, e soprattutto, quello dello zio, divenuto patrigno di Willem dopo la morte del padre naturale. Infine è anche il nome della ditta di famiglia. Tuttavia, come “Törless” di Musil, anche “Kronhardt” è allo stesso tempo anche un nome simbolico che può essere fatto proprio da ognuno: Krone è “corona”, har(d)t è “difficile” e certamente può essere difficile portare una corona, sia essa quella dell’eredità familiare o della creazione.

Al centro della vicenda si trovano, allo stesso tempo, l’azienda di famiglia, la città di Brema, la Germania dell’ovest e l’Europa occidentale.

Un mondo così complesso che non può essere narrato altrimenti che osservando un microcosmo vivente. L’ambiente è esaminato, dunque, con lo sguardo penetrante di un naturalista e di tale ambiente fanno parte anche le persone che con i loro atteggiamenti, di fatto, determinano la storia e allo stesso tempo la subiscono.

Una nuova epopea che richiama alla memoria il successo televisivo di “Heimat”, di Edgar Reitz e il recente fenomeno letterario di Uwe Tellkamp.

Paragonato dalla stampa ai capolavori di Thomas Mann e James Joyce, il libro è diviso in tre parti (I. Willem; II. Ramow&Ramow; III. Le liquidazioni discrete nel caso Kronhardt), delle quali la prima copre più della metà del testo.

Il linguaggio è molto ricco e la scrittura ha una cadenza fortemente letteraria, con l’eleganza di un classico del passato.

Il lettore è assorbito nella lettura e trasportato dalla forza linguistica del romanzo. Le metafore descrivono le tante sfumature della realtà restituendo un’immagine vivida di quasi un secolo di storia.

Bremer Roland

Trama

La prima parte del romanzo è dedicata a Willem e ne enuclea la storia e la filosofia di vita, secondo la quale si può vivere felici e sfuggire al sistema, se ci si accontenta di restare al margine.

Nella seconda parte del libro i detective Ramow&Ramow, con i loro modi non molto convenzionali, saranno incaricati di scoprire la verità rispetto alla morte misteriosa del padre di Willem e chiarire se Richard Kronhardt non sia stato ucciso.

Nella terza parte un giro nel porto diventa un viaggio avventuroso in un mondo differente, forse quel mondo alternativo del quale Blask parla nelle prime pagine a un Willem ancora bambino, un mondo che può esistere in un modo di pensare differente.

Nel suo complesso il testo è il racconto dell’Europa capitalista e allo stesso tempo una critica ai guasti del capitalismo.

Le macchine della fabbrica di famiglia passano dal ricamare svastiche a produrre i nuovi simboli del miracolo economico dopo seconda guerra mondiale.

Il padre di Willem è morto, ufficialmente per una embolia, e subito dopo la madre si è sposata con il cognato, che sembra molto più affine a lei del defunto marito. Una donna ambiziosa che vuole dirigere sulla propria strada il figlio, che invece mostra un carattere completamente differente.

Le parole del dottor Blask all’inizio del romanzo finiscono per influire fortemente sul protagonista, che erediterà l’industria di famiglia. Se all’esterno Willem si comporta come il degno erede industriale, al suo interno è interessato a tutt’altro. Studia economia ma si appassiona alla natura, persuaso del fatto che l’uomo non è l’apice della creazione ma che ogni forma di vita è un mondo a sé, da conoscere e rispettare.

Willem si trova in mezzo a tutti i principali eventi del 1900, dalla divisione della Germania, al terrorismo comunista della RAF, eppure da tutto rimane distante, mantenendo così un punto di vista privilegiato per la descrizione di un secolo di storia. E non solo di storia tedesca: le condizioni lavorative in Messico rientrano nel quadro perché l’industria pena di trasferire lì la proprio produzione; ma nel mondo globalizzato tutto finisce per essere compreso nel quadro, anche l’11 settembre, il disastro nucleare di Fukushima, la primavera araba.

Per sua fortuna conosce e sposa una donna che viene dal suo stesso milieu, ovvero dall’ambiente dell’industria tessile, e può così delegare a lei la gestione degli affari di famiglia, ottenendo così il tempo libero per leggere e coltivare le proprie passioni.

L’autore

Ralph Dohrmann, nato a Bederkesa nel 1963, è cresciuto a Brema. Nel 1998 ha pubblicato il suo primo libro di racconti (Perros/Hunde. Erzählungen aus Mexiko und einer unglaublichen Wirklichkeit). Per la stesura di Kronhardt ha ottenuto il sostegno del Deutscher Literaturfond e.V.

Nordsee 032“La più grande speranza però veniva loro da questi pugni americani, che indicavano il cielo con i pollici. E così andava anche il loro sguardo verso il cielo del televisore e si trasfigurava come se lì nascesse un’aura divina, la madre e Kronhardt sedevano lì mano nella mano, prestavano ascolto alla voce, come a una divinità  – ten, nine, eight – e non appena il razzo-Giove dopo interminabili angoscianti secondi si coprì di fuoco e fumo, come il carburante si tramutò in potenza e splendore e le immagini nel televisore vacillarono – ah, appena il mondo intero vacillò e poté esperire come la forza propulsiva spingeva la bandiera stellata contro il cielo blu e le viscere rosse, allora si tennero forte, la madre e Kronhardt, allora scesero le lacrime dai loro occhi, una manifestazione di una fede nuova, di una nuova libertà e di un nuovo potere, e le lacrime erano una creazione meravigliosa, che fluiva contemporaneamente da milioni di cuori retti, e tramutavano il lancio del razzo in biblica bellezza – lo sa dio, un grandioso potenziamento da una soluzione acquosa leggermente salina, e così la madre e Kronhardt sedevano mano nella mano davanti al televisore. Tremavano e spingevano l’America nel cielo – su, su nella luce blu e dentro nel cuore rosso scuro dello Sputnik; su, Germania, dalla vergine affranta a una nuova incoronazione, e così saliva anche il tintinnio dei bicchieri di cola.

Non appena tuttavia riapparirono le immagini dei russi in televisione, si irrigidirono. Già solo le orecchie appuntite di Laika, il suo muso bianco o le macchie bianche come isole sulla testa, sembravano alimentare in loro tutte le paure; le loro voci diventavano di orrore, e quando le nuove immagini shock passarono sul televisore e il maggiore Gagarin salutò il mondo, anche le voci dei cronisti mutarono in orrore. ‘Maggiore Gagarin’ suonava come un gargarismo e come un corpo estraneo, e anche per bocca della madre e di Kronhardt questo nome suonava così, e presto Willem poté sentire che pronunciavano in questo modo anche il nome di suo padre: ‘Richard Kronhardt’, come un gargarismo e come un corpo estraneo, e Willem decise di considerare amici i russi.

Di notte osservava di nascosto il cielo e si immaginava come il maggiore volasse intorno alla terra e ridesse. E come questo riso si trasformasse sulla terra in una scaltrezza slava e facesse paura a tutti. Più che mai a sua madre e a Kronhardt, e nel cielo notturno Willem cercava la navicella Vostok, per ricambiare il saluto del maggiore. Si immaginava Juri Gagarin come un brav’uomo. Forse questo russo sarebbe atterrato presto su una stella, e lì ci sarebbe stato un mondo nel quale suo padre viveva; e allora sarebbe venuta la navicella Vostok e avrebbe portato Willem da lui.”

Nordsee 041

P.S.

Ho proposto la traduzione di questo libro a varie case editrici italiane, tuttavia non ho trovato un editore, quindi posso rimandarvi solamente all’edizione tedesca – ma forse, chissà, è meglio così.

Qualora la pubblicazione del breve estratto che ho tradotto violasse il diritto di copyright, sono pronta a rimuoverlo.

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