Erbacce

(Piccola storia di benvenuto alla primavera – der Lenz ist da!).

lenzberlin1Stufa di schizzinose orchidee, ho iniziato a coltivare erbacce e piante grasse.

Così ora gioisco del robusto trifoglio arrivato in dono da Roma insieme a due aloe chinensis. Si accontenta della pochissima acqua che do a loro – che da due, peraltro, sono già diventate tre e una quarta fa capolino – e chissà che un giorno non venga fuori un quadrifoglio. Intanto mi piace osservare le sue foglie un po’ rossicce che si chiudono la sera e si schiudono il mattino. Mi ricorda la prime passeggiate al mattino d’estate in campagna, con una meravigliosa aria fresca e sospesa, bagnata di rugiada.

Eppure il primo trifoglio che è spuntato l’ho strappato, per istinto. Guarda, un’erbaccia. Dev’essere arrivata da Roma con le piantine. Però, che avventura e che perseveranza, arrivare fin quassù, istallarsi con poco e avere la sfacciataggine di star lì ora a godersi il sole tra le nuvole.

L’aloe aristata esplode in nuove piantine. Fu la prima che comprai per il nuovo appartamento. Le chiesi di tenersi tutte le spine e insegnarmi ad essere meno spinosa. Fiorì subito con un lungo stelo, senza troppa grazia e senza profumo ma col fascino di un’eccezione.

In un angolo del suo vaso è spuntata una strana piantina. Troppo solida per essere un seme portato dal vento. Ho ricordato: avevo messo lì senza pensarci una piccola patata. Era un ricordo di una colazione all’aperto sotto la pioggia nell’ex aeroporto di Tempelhof. In una zona sono sorti degli orti e quella ne era il debole e fiero raccolto. Qui un tempo era Berlino Est e il cibo che atterrava a Tempelhof non poteva arrivarci. È stata subito ribattezzata Tempelhofer Freiheit – ma anche Rosinenbombe non sarebbe male.

Il cactus è arrivato in regalo. Sembra un grosso bruco proteiforme. Dovrebbe essere un Cereus Peruvianus Monstruosus. Nome imponente per una contorta piantina di appena dieci centimetri. Ma nessuno oserebbe contestare le sue spine. Sono sicura che, anche se non sembra, sta crescendo, noncurante di simmetrie e ordine, della posizione del sole e dell’appellativo di mostro.

La Crassula, da sempre la mia preferita, cresce rigogliosa. I due rametti rubati a quella che comprai per la casa di Kreuzberg, ora traslocata vicino Schöneberg, si allungano verso la luce, e già quattro o cinque talee riproducono la principale.

È originaria dell’Africa e fa pensare a terre e tempi lontani. Il tronco che sviluppa ha qualcosa di rozzamente preistorico che mi affascina. Sembra soffrire di Fernweh come me e forse per questo sopporta bene le mie assenze quando sono in viaggio.

Un movimento brusco aveva spezzato un germoglio: prima ancora che mi accorgessi del fatto, la parte ferita gettava un nuovo germoglio e quella rotta lanciava una radice verso il terreno.

Mi piace questa sorta di istinto che trova nell’errore un’opportunità di vita in più. Le sue foglie succulente mi incantavano da bambina. Avrei voluto mangiarle, sentire il sapore di quel succo che sgorga ricco da piante che pure prendono pochissima acqua.

Credo di averlo assaggiato una volta, piena di timore. Per aver ferito la pianta e perché doveva avere necessariamente strani poteri. E non che sapessi qualcosa di peyote e mescalina, e la moda del succo di aloe vera era di là da venire. Mi resta il ricordo di un sapore allappante e il senso di aver sfidato una qualche regola implicita.

Sukkulente, succulente, preferibilmente così si chiamano in tedesco le piante grasse. Cactus fa Kakteen di plurale. Così imparai in uno dei primi corsi e di nuovo tornò per un istante quella fascinazione. La conoscenza di questa parola fu come sapere che ora il tedesco poteva essere mia la nuova lingua, perché poteva denominare anche quel regno misterioso.

lenzberlin

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3 pensieri su “Erbacce

  1. Molto bello, Chiara, davvero. Anche se pure la povera Amarillis, per quanto cruda, mi sa che conta come erbaccia da appartamento (tanto più che sembra la pianta della Little shop of horrors…)

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