I fatti, nell’epoca della loro riproducibilità tecnica

Lo Spiegel scrive che un turista tedesco, filmando con il cellulare la propria fidanzata sugli sci, avrebbe ripreso inconsapevolmente sullo sfondo l’incidente di Michael Schumacher e sarebbe pronto a dare il filmato per le indagini (utile, pare, soprattutto per dimostrare che il campione di formula 1 procedesse a bassa velocità).

Quando la fotografia fu inventata, il sospetto era quello che avrebbe potuto sostituire l’arte. Invece si è posta come candidato ideale per sostituire il racconto umano dei fatti, per sua natura sicuramente fallace. Sebbene ormai sia facile più o meno per chiunque modificare una foto, e le bellezze da copertina esistano solo sugli schermi del pc, l’immagine riproducibile è la realtà.

Così la testimonianza umana diventa l’ultimo gradino della resa dei fatti. Sicuramente un vantaggio per chi deve dipanare la matassa dei “fatti” in un’indagine.

Questo cambiamento di prospettiva si riflette poi nella vita comune: non si è stati in un luogo se non se ne possono esibire – possibilmente sul momento stesso – le prove in immagine. L’individuo comune paparazzo di se stesso, che cambia il concetto di privato in ciò che è talmente suo che tutti debbono saperlo. Non c’è più la persona-maschera (pubblica) e l’individuo (privato). Ci sono due maschere, una prettamente pubblica e una privata messa in pubblico.

Di conseguenza in un colloquio di lavoro non si parla più delle capacità connesse all’impiego ma si fanno domande personali, con la pretesa di cogliere l’individuo. Che tuttavia è già “smascherato” nel suo essere una seconda maschera, tanto più inutile della prima, per un impiego.

Viene in mente la raffigurazione di Giano Bifronte. E viene inevitabilmente da chiedersi se tra le due maschere ci sia qualcosa di nascosto, quel nucleo individuale che solo il soggetto conosce (o almeno cerca di conoscere) e che condivide, semmai, solo con pochissimi intimi. Un volto in gran parte sconosciuto al soggetto stesso, che certe volte sorprende sulle foto nelle quali si è stati ripresi senza consapevolezza, da un terzo intento a guardare altro (“quello, sono io?”).

C’è bisogno di un altro per scoprire se stessi. Ma questo sembra sempre più sfuggire nell’autoproposizione di sé, dei propri fatti.

La fotografia non ha superato l’arte, capace da sempre, quando merita veramente questo appellativo, di mostrare altro che non una immagine. La fotografia è diventata arte quando si è resa capace di fare altrettanto.

Si è cercato, piuttosto, attraverso la fotografia, di rendere la propria vita un’opera d’arte per immagini. Senza capire che niente è più difficile di un autoritratto.

Fuori dai templi in Nepal ci sono spesso degli specchi appesi, dovrebbero scacciare gli spiriti negativi ma di fatto finiscono per restituire improvvisamente l’immagine di chi vi si avvicina, aiutando così, forse, a vedere la parte di negativo che è in se stessi.
Fuori dai templi in Nepal ci sono spesso degli specchi appesi, dovrebbero scacciare gli spiriti negativi ma di fatto finiscono per restituire improvvisamente l’immagine di chi vi si avvicina, aiutando così, forse, a vedere la parte di negativo che è in se stessi.
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8 pensieri su “I fatti, nell’epoca della loro riproducibilità tecnica

    1. Sì mi piace questa foto perché mentre riprendevo me nello specchio la signora che sta al centro della foto mi osserva. Un’interessante triangolazione di prospettive…

  1. Di recente ho parlato delle fotografie come di qualcosa che distorce la realtà, nel caso di noi persone ci fa più belli o più brutti ma mai davvero così come siamo, anche se non si potrebbe dire che non siamo quelli della foto, anzi siamo proprio noi, eppure in qualche modo diversi.

    E ti dico che il tuo libro ha mietuto un’altra vittima (di innamoramento), e che è quello che ho regalato più spesso nel 2013 e che continuerò nel 2014 regalandolo a tutti quelli che mi chiederanno come si sta a Berlino 😉
    Buon anno!!

  2. Mi domando cosa avrebbe pensato (e scritto) oggi Benjamin, in quest’epoca fatta di 0 e di 1. Non sapendo cos’altro aggiungere, nel breve spazio di un commento, a questo tuo bel post cito (a memoria) Ferdinando Scianna, sicuramente uno dei più grandi fotografi del ‘900:”La fotografia mostra non dimostra”.

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