Un giro del mondo e nel tempo su un tema ineffabile

Mi piace passeggiare nei cimiteri berlinesi, non perché io abbia il gusto del macabro, ma proprio al contrario, perché non li trovo macabri, quanto piuttosto malinconici, con le loro indicazioni vaghe (“i nostri amati nonni”), le pietre senza volti.

Chi ci è caro non è per noi un nome e un cognome e di lui non ci restano i sui dati sui documenti ma un appellativo generico, magari un soprannome e comunque un sentimento.

"I nostri genitori". Nel Dreifaltigkeitsfriedhof a Kreuzberg
“I nostri genitori”. Nel Dreifaltigkeitsfriedhof a Kreuzberg

Sia come sia, quassù non percepisco la presenza di un culto della morte, che invece non manca in Italia.

Sarà perché non ci sono (o io non li conosco) resti del culto dei morti dei popoli che vivevano qui secoli fa. Per la verità una volta girando in bici sul Mare del Nord, mi venne indicato qualcosa che doveva essere la tomba di un guerriero del passato. Ma per me, nata in una zona piena di “colombai” e tombe etrusche, quella grossa pietra era ben poco.

Tombe etrusche nel tufo, a Sutri
Tombe etrusche nel tufo, a Sutri

La volta invece che più mi sono stupita, proprio perché vengo da una zona etrusca, è stato quando mi sono trovata tra i Toraja, nelle Sulawesi del Sud, in Indonesia.

Le loro sepolture erano simili a quelle etrusche, con la differenza che erano ancora usate, insieme a complesse cerimonie funebri fatte con combattimenti e sacrifici di bufali. C’era qualcosa di familiare in quelle scene, con la differenza che qui non si trattava di qualche secolo prima di Cristo, ma di persone che maneggiavano allo stesso tempo le banconote delle scommesse sulla lotta tra bufali e un iphone.

Tombe nella roccia a Tana Toraja, in Indonesia (Sud-Sulawesi)
Tombe nella roccia a Tana Toraja, in Indonesia (Sud-Sulawesi)

I Toraja vivono tutta la vita in funzione delle loro importantissime cerimonie funebri, che segnano la classe sociale, legano gli abitanti di un villaggio e i componenti di famiglie allargate.

Anche per gli Etruschi la morte doveva essere un passaggio importante, visto che abbiamo più testimonianze dell’arte funebre che della vita comune. Ma soprattutto sia per i Toraja sia per gli Etruschi, la morte non è la fine bensì l’inizio di una nuova vita, che necessita ancora di cibo, bevande – e magari sigarette, che non mancavano sulle tombe dei fumatori Toraja.

A Berlino e nel Brandeburgo, invece, la morte ha spadroneggiato varie volte, dalla peste narrata nella Marienkirche, passando per la Seconda guerra mondiale e il Muro. Ma nonostante ciò, o forse proprio per questo, mi sembra che si pensi decisamente più alla vita.

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Un pensiero su “Un giro del mondo e nel tempo su un tema ineffabile

  1. invece dove ben sappiamo il cimitero è quasi una prosecuzione della casa per alcune vedove, per chi ha perso un figlio e gli va a pulire e sistemare la tomba quasi ogni giorno… E mette tendine se batte il sole, lo zerbino se piove, lustra gli ottoni e rinnova i fiori… però per noi che conosciamo queste usanze, macabro non è… Triste sì però. O forse quelle faccende distraggono dal dolore, chissà.
    Ma “all’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro”? Boh questo non l’ho capito.
    Bellissimo il paragone tra gli etruschi e gli indonesiani!

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