Ancora su Corbu / 3

– Le Corbusier scrisse: “i sogni dei miei vent’anni saranno realizzati in tre secoli”. Quale tra questi insegnamenti e sogni vorrebbe veder realizzato?

Se ci si attiene al senso stretto di questa frase, i sogni del giovane Charles-Edouard Jeanneret, durante il periodo così fecondo della sua formazione nomade prima del 1914, erano quelli della sua generazione ed erano volti alla creazione di opere d’arte totali in proporzione alla casa o alla città. Questi sogni sono evidentemente obsoleti. Per contro, se si considera il tentativo che sarà proprio di Le Corbusier per la vita, ovvero l’elaborazione di una architettura radicata nella modernità tecnica e territoriale, ma capace di trasmettere emozioni plastiche e poetiche, è chiaro che è ancora un nostro diritto attendere la stessa cosa dai progettisti odierni.

Sempre in margine a qualche altra foto dell’unità di abitazione berlinese di Le Corbusier, ripropongo oggi l’articolo che scrissi per i 40 anni dalla morte di Le Corbusier. Si tratta di una intervista a Jean Louis Cohen (uscì sul Giornale di Brescia, 24.08.2005; sul Corriere del Ticino, 26.08.2005 e su La Sicilia, 29.08.2005).

IMG_8845modulor“È morto proprio secondo il suo stile: nella solitudine, senza essere riconosciuto. L’aveva quasi predisposta questa fine rifugiandosi a 78 anni nell’eremo posato sulla scogliera di Roquebrune-Cap-Martin, un capannone quadrato di 3,66 metri di lato, alto 2,26, privo di acqua, gas, elettricità e telefono, dove lavorava nella più assoluta segregazione. Scomparendo improvvisamente nel mare, ha evitato l’apparato cerimonioso ed ipocrita connesso alle lunghe malattie e al decesso delle personalità celebri”. Così scriveva il critico e storico dell’architettura Bruno Zevi nell’editoriale “il genio eretico dell’architettura europea”, all’annuncio della morte di Le Corbusier per un attacco cardiaco durante un bagno in mare.

Charles-Edouard Jeanneret (che dal 1920 scelse lo pseudonimo Le Corbusier, ricalcato sul cognome di un antenato: Lecorbésier) nacque il 6 ottobre 1887 a la Chaux-de-Fonds (Neuchâtel) in Svizzera, da una famiglia di origine francese. Nel paese d’origine frequentò la scuola d’arte, orientandosi poi, su consiglio del suo maestro Charles L’Esplattenier, verso l’architettura. A soli 17 anni ricevette il primo incarico di progettazione e costruzione di una villa. Con i primi guadagni iniziò a viaggiare per tutta l’Europa, fino all’Asia Minore, incontrando via via i maggiori artisti (e non solo) dell’epoca. Un percorso formativo ricchissimo che fece di Le Corbusier un artista fondamentalmente cosmopolita, capace di progettare in Europa, ma anche negli Stati Uniti, in Giappone, in Russia, e in India, dove gli fu affidata la progettazione di una intera città: Chandigarh, capitale del Punjab, ai piedi dell’Himalaya.

Per il proprio atelier scelse Parigi, dove si stabilì definitivamente nel 1917, eleggendo la Francia come suo principale teatro di attività critica e progettuale. Per citare solo alcune delle creazioni del genio di Le Corbusier, ricordiamo il Modulor, un sistema universale di proporzione basato sulla sezione aurea e sulla figura umana (la misura base di 2,26 metri, corrisponde a un uomo con il braccio alzato), ovvero una guida armonica alle proporzioni (ristampato recentemente in italiano da Gabriele Cappelli, editore di Mendrisio, dopo 30 anni dalla prima edizione italiana, da tempo introvabile) definita da Einstein, che incontrò Le Corbusier a Princeton, “una scala di proporzioni che rende il male difficile e il bene facile”. O i celebri “cinque punti dell’architettura nuova” (la pianta e la facciata libere grazie all’uso della struttura di cemento armato, la finestra a nastro, i volumi sospesi su pilotis, il tetto-giardino e l’uso di materiali primari come il vetro, il ferro e il cemento), fino all’esplosione della Chapelle de Ronchamp, e passando per le case Dom-Ino (vale a dire Domus + innovazione, ma anche il modello base del domino), le case Citrohan (ovvero le case come “macchine da abitare”, dal nome ispirato alla celebre casa automobilistica) e le case doppie, l’istituzione dei Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), l’Unità d’abitazione; fino alla Carta d’Atene, vangelo dell’urbanistica per decenni. Ma sarebbe difficile elencare in uno spazio limitato tutti i contributi di Le Corbusier che, oltre che architetto, fu anche urbanista, pittore, scultore e scrittore.

Un pannello che illustra la composizione del palazzo berlinese
Un pannello che illustra la composizione del palazzo berlinese

Di se stesso scrisse: “Le Corbusier è uno pseudonimo. Le Corbusier si occupa esclusivamente di architettura. Persegue ideali disinteressati… È un’entità separata dal peso della carne. Non deve (ma ci riuscirà?) mai decadere. Ch. Edouard Jeanneret è l’uomo in carne e ossa che ha inseguito tutte le avventure grandiose o disperate in una vita piuttosto movimentata”. E noi di questo grande artista che seppe coniugare architettura, tecnica, progresso e scala umana, possiamo dire con certezza che Ch. Edouard Jeanneret è morto 40 anni fa, difficilmente potremmo credere a chi sostenesse che Le Corbusier sia morto.

In un libro dedicato a Le Corbusier, che rappresenta un’ottima introduzione per chi vuole conoscere meglio questo vulcanico artista (pubblicato in italiano nel 2005 da Taschen, pp. 96, euro 6,99), Jean-Louis Cohen, uno dei maggiori storici e critici contemporanei dell’architettura e dell’urbanistica, docente a Parigi e New York, scrive: “pochi architetti hanno incarnato le speranze e le disillusioni dell’era industriale come Le Corbusier, e pochi hanno suscitato altrettanto scandalo presso i contemporanei, fatta eccezione per Adolf Loos e Frank Lloyd Wright. (…) L’intensità della sua produzione distribuita in sessant’anni rimane sconcertante. Le Corbusier ha costruito 75 edifici in dodici paesi ed elaborato 42 importanti progetti di urbanistica. Lascia 8000 disegni, oltre 400 quadri, 44 sculture e 27 cartoni per arazzi. Ha scritto 34 libri, per un totale di circa 7000 pagine, centinaia di articoli e testi per conferenze, oltre a una corrispondenza privata di 6500 lettere, che si vanno ad aggiungere a quelle indimenticabili scritte a nome dello studio”.

A Jean-Louis Cohen ho rivolto alcune domande per cercare di capire meglio cosa ha rappresentato Le Corbusier per l’architettura e la cultura in genere.

– Nel suo libro dedicato a Le Corbusier lei scrive: “Sarcasmo e calunnie hanno accompagnato per gran parte della sua esistenza uno dei rari architetti di cui il pubblico conoscesse il nome”. Come cambia la percezione del mestiere di architetto con Le Corbusier?

Con Le Corbusier e dagli anni venti, l’architetto diviene la figura dello specialista duttile, capace di intervenire di volta in volta in un batter d’occhio in città specifiche adattando ad esse i propri progetti teorici, come la “Città radiosa”, e d’immaginare dei progetti unici, come il piano di Rio o il “piano Obus” per Algeri. Le critiche rivolte a Le Corbusier dai suoi concorrenti conservatori e le reazioni della stampa e del pubblico erano tanto più forti quanto più erano grandi le speranze suscitate da questi progetti.

Un altro contributo di Le Corbusier alla trasformazione del ruolo sociale dell’architetto è legata alla sua considerevole produzione letteraria. Con lui, l’architetto non si riduce alla figura del progettista o del costruttore. Diventa una sorta di cronista, di esploratore, che rende conto al pubblico dello stato delle città e dei paesaggi. È una posizione critica che oggi ha ripreso uno come Rem Koolhaas.

I pilotis sui quali poggia il palazzo
I pilotis sui quali poggia il palazzo

– A suo giudizio, qual è la più grande eredità che ha lasciato Le Corbusier?

Malgrado l’ampiezza davvero stupefacente della sua attività – libri, pitture, sculture, piani di città, ecc. –, è nella straordinaria inventiva delle opere che ha costruito che si trova il contributo più significativo di Le Corbusier alla cultura moderna. Penso alle ville Stein e Savoye, a Ronchamp o al parlamento di Chandigarh, ma anche a molti suoi edifici considerati “minori” e tuttavia investiti di una forte carica simbolica, che si tratti della “petite maison” dei suoi genitori o del suo “cabanon” di Roquebrune Cap-Martin.

 

– Le Corbusier scrisse: “i sogni dei miei vent’anni saranno realizzati in tre secoli”. Quale tra questi insegnamenti e sogni vorrebbe veder realizzato?

Se ci si attiene al senso stretto di questa frase, i sogni del giovane Charles-Edouard Jeanneret, durante il periodo così fecondo della sua formazione nomade prima del 1914, erano quelli della sua generazione ed erano volti alla creazione di opere d’arte totali in proporzione alla casa o alla città. Questi sogni sono evidentemente obsoleti. Per contro, se si considera il tentativo che sarà proprio di Le Corbusier per la vita, ovvero l’elaborazione di una architettura radicata nella modernità tecnica e territoriale, ma capace di trasmettere emozioni plastiche e poetiche, è chiaro che è ancora un nostro diritto attendere la stessa cosa dai progettisti odierni.

 

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