Ancora su Corbu / 2

In margine a qualche altra foto dell’unità di abitazione berlinese di Le Corbusier, ripropongo qui l’intervista che feci alla curatrice Rosa Tamborrino, relativa agli Scritti editi da Einaudi nel 2003 con traduzioni di S. Arecco, A. Beltrami Raini, M. Sangiorgio, F. Taormina, C. De Roberto, R. Fagetti (e che uscì su La Sicilia, 02.04.2004, L’Eco di Bergamo, 10.04.2004, Giornale di Brescia, 27.04.2004, Corriere del Ticino, 01.06.2004).

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La pubblicazione dell’antologia di scritti di Le Corbusier (a cura di Rosa Tamborrino: Le Corbusier, Scritti, Traduzioni di  Sergio Arecco, Annamaria Beltrami Raini, Mario Sangiorgio, Francesco Taormina, Carlo De Roberto, Raffaella Fagetti) nella collana «I Millenni» dell’editore Einaudi, (Torino 2003,  pp. LXXX-586; euro 80) offre una buona occasione per tornare a parlare di uno dei padri dell’architettura moderna.

E proprio per mezzo gli scritti, non meno che attraverso i progetti, Le Corbusier ha influenzato l’architettura e l’urbanistica  di tutto il mondo: sua l’idea di dar vita ai CIAM, i Congressi Internazionali di Architettura Moderna; sua l’idea di realizzare la «città radiosa», nella quale il soggetto si riappacifica con la massa e la tecnologia con l’uomo; sua la celebre Carta d’Atene, documento finale del CIAM del 1930, vangelo per l’urbanistica (almeno fino al documento che ne ereditò il ruolo aggiornandolo, ovvero la successiva Carta del Machu Picchu, redatta da Bruno Zevi nel 1977). Ma al di là dei documenti ufficiali, Le Corbusier predilesse gli scritti brevi e talvolta occasionali – libelli, conferenze, convegni, conversazioni – per esporre e diffondere le proprie innovative idee, e dall’antologia einaudiana, la più ampia in traduzione italiana, sono state volutamente escluse le trattazioni sistematiche, per dare spazio ai numerosi contributi brevi di ‘Corbu’.

Maggiori informazioni sull’opera del grande architetto, ci vengono da un colloquio con Rosa Tamborrino, docente alla facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, e curatrice degli Scritti editi da Einaudi.

La vista su Berlino dal decimo piano
La vista su Berlino dal decimo piano

 – Può dirci come è nata l’idea di questa antologia e a quale pubblico è rivolta?

R.T.: il libro nasce come una proposta concordata con Einaudi, con il direttore della collana «I Millenni», e nasce con l’idea di rivolgersi ad un pubblico colto ma ampio, non specialistico, non necessariamente di architetti e di storici dell’architettura; un pubblico che potesse apprezzare gli scritti di Le Corbusier e avere un po’ di cognizioni sulla storia dell’architettura contemporanea, ma che, allo stesso tempo sia incuriosito dagli aspetti che riguardano l’architettura inserita in un contesto ampio, ovvero la cultura del millennio, che è poi l’idea di tutta la collana einaudiana.

Proprio tra i non specialisti del settore, l’architettura continua ad essere troppo poco al centro degli interessi, anche se tutti sono costretti a fare i conti con un ambiente architettonico ogni giorno, poiché tutti vivono in case e in città. In questa scarsa attenzione rientra anche un grande fraintendimento che riguarda Le Corbusier: capita di sentire associato il principio guida delle Unità Abitative ai mostri di cemento delle periferie, e per alcuni profani Le Corbusier è il cattivo maestro di città anonime fatte di palazzoni tutti uguali. A parte consigliare gli Scritti, cosa dobbiamo rispondere a queste errate accuse?

Una prima risposta è proprio l’invito a conoscere: l’antologia ha esattamente questa intenzione, non solo divulgativa, o semplificatrice (il libro non vuole forzatamente essere facile). Le Corbusier è un personaggio molto complesso e spero che il libro ne dia conto, attraverso l’arco di una vita molto estesa, a cavallo tra Otto e Novecento e poi per tutto il Novecento. Dunque una vicenda umana complessa quanto la cultura del Novecento, con tutti gli interrogativi restati aperti, la grande aspettativa che si crea tra gli anni Dieci e gli anni Venti, gli esiti di questa aspettativa e i mutamenti – del resto passano due guerre mondiali, eventi che vanno al di là di ogni immaginazione. Bisogna conoscere, e conoscere direttamente dagli scritti, che è diverso dal leggere attraverso interpretazioni e trasposizioni, forzature. Una antologia ha come primo obiettivo proprio quello di far conoscere direttamente uno scrittore.  E va ribadito che Le Corbusier è uno scrittore, non è solo un architetto. È stato uno scrittore di grande capacità di impatto, ha scritto tantissimo (il che è una cosa a cui non pensano le persone che abitualmente non si occupano di architettura e non sanno che gli architetti amano molto scrivere!) riuscire a mettere insieme questi testi cercando di conservare l’articolazione, le differenze degli anni e le idee che si conservano negli anni è stata una cosa piuttosto ardua. Basta leggere alcuni di questi testi, che hanno una freschezza e una capacità di trasmettere l’entusiasmo e quasi la leggerezza di chi pensa di avere il compito di interpretare cos’è la modernità. Erano anni di grande sperimentazione, e poiché l’architettura produce oggetti che durano molto a lungo, può succedere che alcuni di questi oggetti poi possano non funzionare, perché le tecniche costruttive non erano al passo con le idee, per cui alcuni proprietari si lamentarono di perdite al tetto o problemi pratici del genere. Ma resta il significato storico di un momento fondamentale, di grande fermento.

Per quanto riguarda le periferie, è vero che Le Corbusier con i CIAM ha creato una scuola, ma io non credo che le brutte periferie odierne possano rientrare in nessun modo in quei progetti. Ma vorrei spendere una parola in più su quei quartieri di periferia che ora sono tanto attaccati: tanto più se parliamo di elaborazioni del dopoguerra, come quelle dell’INA Casa, ebbene queste costruzioni hanno una loro storia, una ragione d’essere, e non hanno raggiunto il risultato sperato per varie ragioni, per esempio non sono stati correttamente forniti di servizi, mancano le attrezzature di collegamento al centro. Forse questi progetti sono datati perché sono datate quelle idee, ma almeno quelle erano idee! Oggi forse bisogna iniziare a pensare più in grande, tornare ad avere delle idee…

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è questo dunque l’insegnamento maggiore che ancora oggi può arrivare agli architetti dagli scritti di Le Corbusier?

Io credo che Le Corbusier costituisca ancora un insegnamento: io insegno Storia dell’Architettura e trovo assurdo questo oscurantismo per cui non si parla più del movimento moderno, che sarebbe stato colpevole di chissà quale dramma, che avrebbe ucciso la città, secondo una lettura legata alla  contrapposizione tra movimento moderno e problemi di conservazione del patrimonio architettonico. Le Corbusier, è vero, proponeva delle soluzioni drastiche impensabili, come radere al suolo il centro di Parigi, ma erano anni in cui si pensava che la modernità passasse attraverso la morte del passato, una morte almeno simbolica. Ma ormai per noi anche il movimento modernista è passato, è il nostro passato recente e va visto con gli occhi dello storico. E così si scopre che molti architetti contemporanei hanno un grosso debito nei confronti di Le Corbusier, che ha rappresentato una esperienza irrinunciabile, sulla quale non possiamo tacere e che dobbiamo conoscere per capire meglio e superare eventuali difetti per scoprire insegnamenti più profondi.

Un ultimo quesito classico nell’interpretazione dell’opera di Le Corbusier: anche alla luce degli Scritti che ha curato, come giudica quella sorta di duplicità, quasi di schizofrenia, tra i cinque principi razionalistici espressi negli anni Venti (la pianta e la facciata libere, la finestra a nastro, i volumi sospesi su pilotis, il tetto-giardino e l’uso di materiali primari come il vetro, il ferro e il cemento) e l’esplosione della Chapelle de Ronchamp?

Per la verità, proprio con lo studio di tutti gli scritti di Le Corbusier, i contributi ai convegni, le lettere, io mi sono convinta che non ci sia un cambiamento, uno sconvolgimento: il punto di partenza delle due cose è analogo, anche se l’esito è differente. Cambia lo stato d’animo rispetto ai tempi, cambia la scala architettonica, cambiano i tempi e Le Corbusier è molto attento a crescere insieme ai tempi, per cui non è una vera interruzione, né un cambiamento nella personalità. Del resto è lo stesso Le Corbusier ad affermare che l’unica differenza era nel metodo costruttivo.

 

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3 pensieri su “Ancora su Corbu / 2

  1. Non sapevo che fosse stato lui l’ideatore dei CIAM! Non so mai nulla, dannzione.
    Dentro l’Unité d’Habitation di Marsiglia c’è un piccolo hotel ei commenti in rete sulla sua qualità sono…pessimi!

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