La Hedda Gabler di Ibsen e Ostermeier

Si può tenere in mano il destino di qualcuno, come fa un generale che decida della vita dei propri soldati? Per Hedda Gabler questa sembra l’unica attività per cui valga la pena agire in un mondo fatto perlopiù di noia e ricerca di affermazione sociale.

Nella scena modernizzata per la Schaubühne da Thomas Ostermeier – estremamente fedele, in ciò, alle note di Ibsen: “L’azione si svolge ai nostri giorni” – l’opera è ridefinita in chiave contemporanea e la drammaturgia (di Marius von Mayenburg) è curata nei minimi dettagli per risultare del tutto credibile in un’epoca in cui le convenzioni sociali sono profondamente mutate, senza che siano cambiate, tuttavia, le paure e le ambizioni sociali.

Potrebbe essere stato scritto ieri, o domani, questo testo così spietatamente vero.

Foto: Arno Declair, 2005 dal sito http://www.schaubuehne.de/de/produktionen/hedda-gabler.html
Katharina Schüttler. Foto: Arno Declair, 2005
dal sito http://www.schaubuehne.de/de/produktionen/hedda-gabler.html

Katharina Schüttler, interpretando Hedda, incarna perfettamente nei gesti annoiati, sprezzanti e falsi un autenticissimo sentimento umano, fatto di invidia, ambizione, disprezzo, alterigia. Insomma di tutte quelle tendenze per cui esiste una coscienza che cerca di tenerle a bada. Spietata quanto sincera, il libro che Lövborg nel terzo atto finge di aver ucciso come se si trattasse di un figlio, Hedda lo uccide proprio come se si trattasse di un figlio.

Tesman, il marito, che il bravissimo Lars Eidinger rende splendidamente nel suo atteggiamento naif, ha sempre come intercalare “immaginati!”, come se per lui tutto fosse insolito, mentre Hedda sa andare ben oltre con l’immaginazione.

Seguendo il suo umanissimo daimon, Hedda, pur osservando senza troppa partecipazione il destino del marito, tanto mediocre per lei da essere poco interessante, dirige i propri uomini come il padre, il Generale Gabler, avrebbe potuto fare con un esercito obbediente.

Ma le battaglie si possono anche perdere e il fronte può cambiare, come cambia per Hedda, alla quale non resta che mettere in pratica quello che per lei è un atto grandioso, che di fatto è l’unico atto “carnale” , seppure anche questo diretto alla testa, che compie Hedda, una donna risolutamente cerebrale.

Il male peggiore è la mediocrità. Hedda sembra pensarla proprio come il “fonditore di bottoni” del Peer Gynt di Ibsen, eppure, nella sua mania di controllo, anche Hedda si mostra riluttante a seguire il proprio destino, come il fonditore di bottoni rinfaccia a Peer Gynt, e come prontamente le ricorda l’avvocato Brack (Jörg Hartmann).

Thea (Annedore Bauer), che Ibsen fa definire da Hedda “una piccola oca”, appare subito con la sua goffa e falsa bontà, con una improbabile gonnellina rosa a pieghe, un candore di facciata che nasconde la stessa identica ambizione e volontà manipolatoria di Hedda. E alla fine la sua ipocrisia è vincitrice: dopo aver tenuto in mano in destino di Lövborg, convincendolo ad abbandonare una vita dissoluta e ispirandolo a scrivere un’opera grandiosa, dopo la fine di Lövborg torna a gloriarsi assumendo la veste di musa e vestale.

 Foto: Arno Declair, 2005 dal sito http://www.schaubuehne.de/de/produktionen/hedda-gabler.html
Foto: Arno Declair, 2005
dal sito http://www.schaubuehne.de/de/produktionen/hedda-gabler.html

Perfette le musiche, l’uso dei video, la pioggia sui vetri, il cappellino della zia Julle, gli specchi e quel movimento rotatorio che intrappola tutti.

Quando vidi la prima volta questo spettacolo, ne rimasi sconvolta. Quando l’ho visto una seconda volta, a distanza di un paio d’anni e dopo aver letto il testo, pur ricordando perfettamente ogni singola scena, tanto ne ero stata colpita, sono rimasta sconvolta una seconda volta.

È in repertorio dal 2005 e vale la pena tenere d’occhio il cartellone della Schaubühne per riuscire a trovare un biglietto con il consueto necessario largo anticipo.

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