Wolfgang Herrndorf

Incontro un’amica e le racconto del nuovo romanzo che proporrò alle case editrici italiane per la traduzione. Lo trova interessante e mi dice che dovrei proporre anche “Tschick”. Le sfugge il nome dell’autore ma, dice, è quello che aveva un tumore al cervello ed è morto, o meglio si è ucciso in questi giorni. Sì, quello che aveva un blog sulla sua malattia e ha scritto anche “Sand”.

Allora mi sovviene che sì, “Sand” lo conosco, ma so che l’autore è già tradotto in italiano, non posso proporlo. Del blog e della sua morte, però, mi era sfuggito.

Tornata a casa controllo. Ricordavo bene: “Tschick”, che ha reso celebre Herrndorf è stato tradotto in italiano da Alessandra Valtieri per RCS con il titolo “Un’estate lunga sette giorni”.

E il suo autore la notte del 26 agosto si è ucciso in quel punto che tanto amo, lungo lo Hohenzollernkanal. Viveva lì vicino, amava nuotare nel lago.

Herrndorf era nato a Amburgo nel 1965 ed era un illustratore (ha collaborato anche con la rivista satirica “Titanic”) finito un po’ per caso a scrivere romanzi. Poco prima che Tschick venisse pubblicato gli fu diagnosticato un tumore maligno al cervello (la stampa italiana avrebbe detto: un brutto male, lunga malattia, ma le cose hanno un nome preciso).

Sulla malattia, le connesse ansie e paure, scriveva un blog “Arbeit und Struktur“. Ha ricevuto molti premi per le sue opere. Quello della Leipziger Buchmesse non ha potuto ritirarlo.

Sprofondo nella lettura del blog.

L’ultimo post, in corsivo, dice “Wolfgang Herrndorf hat sich am Montag, den 26. August 2013 gegen 23.15 Uhr am Ufer des Hohenzollernkanals erschossen.

Prima si passa da “Gib mir ein Jahr, Herrgott, an den ich nicht glaube, und ich werde fertig mit allem” a “Ich bin nicht der Mann, der ich einmal war. Meine Freunde reden mit einem Zombie, es kränkt mich, ich bin traurig, ich will weg. Ich will niemanden mehr sehen” o “Ich kann nichts schreiben, nicht lesen, kein Wort”.

E una morte annunciata, non solo nei bollettini medici, che parlavano ora di pochi mesi, ma anche nella modalità volontaria che poi ha assunto (“Am liebsten das Grab in dem kleinen Friedhof im Grunewald […]. Und, wenn es nicht vermessen ist, vielleicht ein ganz kleines aus zwei T-Schienen stümperhaft zusammengeschweißtes Metallkreuz mit Blick aufs Wasser, dort, wo ich starb”).

Si può veramente narrare anche la propria morte?

Forse è questo il modo migliore per sfuggirle?

Forse, più semplicemente, la narrazione è una forma di vita?

Da ragazzina amavo la citazione pirandelliana “la vita, si vive o si scrive”. E invece scrivere può essere un modo di vivere? Metteranno veramente un suo ricordo lungo il canale, dove è morto? A me sovverrà un ricordo ogni volta che passerò di lì. E cercherò di pedalare via tutte le domande inevase che una vicenda del genere lascia.

 

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