Arte, business e Berlino negli anni 90

Dopo la Wende, la caduta del muro, Mitte, il centro di Berlino, doveva essere un posto molto particolare. Palazzi ancora fatiscenti dal dopoguerra, altri grigiamente ristrutturati, persone che ne approfittavano ad andarsene e giovani che ne approfittavano ad arrivare, prendendo in pugno creativamente quello che ora si sta rendendo splendente spesso ai danni della creatività.

E così, mentre mi interrogo di cosa ne sarà di Mitte ora che il Tacheles non c’è più, il C/O ha traslocato e il Postfuhramt è chiuso al pubblico, ora che i palazzi non ristrutturati sono una rarità e nuove costruzioni di lusso stanno colmando tutti gli spazi vuoti (sempre e solo di lusso: ma possibile che nessuno voglia fare delle politiche per mantenere la popolazione normale nel centro della città?), mi capita in mano “Il libro bianco”, autobiografia semiseria di Rafael Horzon pubblicata nel 2008 (“Das weisse Buch”, Suhrkamp) e tradotta in italiano nel 2013 da Isabella Amico di Meane per Scritturapura.

Un tramonto a Mitte
Un tramonto a Mitte

Horzon, amburghese di nascita, sbarca a Berlino per caso dopo un periodo di studi a Parigi con Derrida,  giusto negli anni Novanta. E così dalle sue pagine, oltre a una vita incredibile, emerge il racconto di un periodo nel quale gli Hakeschen Höfe erano solo cortili decorati di palazzi fatiscenti, dai pianoterra di Auguststrasse si buttavano fuori le macerie e si poteva aprire un bar nell’ex soggiorno di una casa, al quale si accedeva solo dalle finestre (una cosa che mi ha improvvisamente illuminato sulla moda berlinese di dare ai caffé l’aria di un soggiorno), o una galleria d’arte con false opere di falsi artisti giapponesi (giusto internet, tuttavia, rende quest’ultima cosa oggi impossibile), o un’accademia delle scienze che rilascia diplomi validi dopo un solo seminario.

In una città nella quale già all’epoca più o meno tutti erano “artisti”, Horzon mette in piedi le più svariate attività imprenditoriali, ora di incredibile successo, ora fallimentari. Tutto, purché non si tratti di arte.

E così tra realtà e allucinazioni si dipana la vicenda umana di un genio o un di un pazzo – e nel contempo la vicenda di una città in veloce trasformazione.

L’incarnazione della celebre “Du bist verrückt mein Kind du musst nach Berlin”.

Se qualcuno dubitasse che le follie raccontate siano vere, il libro è corredato di foto documentarie.

E per i più dubbiosi ancora, ecco qua qualche foto che ho scattato su Torstrasse:

ll negozio con le celebri librerie
ll negozio con le celebri librerie
La nuova vita di Redesign Deutschland (come ancora non la si evince dal libro)
La nuova vita di Redesign Deutschland (come ancora non la si evince dal libro)
Ancora un dettaglio da Torstrasse
Ancora un dettaglio da Torstrasse

(Dopo aver letto il libro mi sono chiesta se non passare in negozio a proporre a Horzon la mia idea di attività da aprire in città…).

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3 pensieri su “Arte, business e Berlino negli anni 90

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