Horror silentii

Confesso che ho sempre avuto un problema con il rumore. Una serata troppo rumorosa si può rivelare un incubo per me. Non amo le persone che urlano. Mi piace il fatto che i tedeschi tengano mediamente un volume di conversazione inferiore di qualche decibel rispetto a italiani, spagnoli e americani. L’ho già detto qui.

Però c’è un’altra cosa che non ho mai capito del perenne frastuono romano: perché a Roma passa ancora l’arrotino?

Quando ero bambina nel mio paesino passava il “banditore” a dare gli annunci importanti (il “bando”). Domani mancherà l’acqua per alcune ore per i lavori, le vaccinazioni dei bambini, le feste comunali – rigorosamente in dialetto. Roba da medioevo che ha arricchito il mio passato quanto se avessi vissuto già cent’anni.

Ma Roma è la Capitale, una metropoli, perché passa l’arrotino? Qualcuno se ne è mai servito?

Perché non è disturbo della quiete pubblica?

Capisco che c’è chi lo trova affascinante e misterioso, come testimoniano questi due post su dottorstranoweb e Un’americana a Roma.

Ma a me si fermava sotto casa (ahimé, non nella meravigliosa Trastevere), grazie al piccolo slargo presente, preferibilmente nel fine settimana e comunque sempre sotto la finestra dello studio.

E lo odiavo. Oh se lo odiavo.

Forse il problema è a monte. Mentre mi godo il silenzio della banchina della S-Bahn (dei positivi effetti collaterali ne ho già parlato qui), ripenso al continuo frastuono nei corridoi della metro di Roma dove si sono messi schermi col sonoro e una radio. Lo stesso discorso vale per le corsie di Termini, dove dovrebbe restare solo il rumore dei treni e degli annunci già difficili da seguire. E nei centri commerciali c’è sempre musica ad aumentare il rumore. Ricordo che perfino nella mia filiale di banca, a Roma, c’era una radio apposita, tra le facce stressate degli impiegati costretti a sentirla tutto il giorno.

E poi risalgo alla terribile usanza di alcuni paesini dell’hinteland romano – quelli in cui d’inverno si respira ancora il buonissimo odore della legna  che arde nei camini – che a Natale mettono altoparlanti per le strade e trasmettono canzoni in tema (o no).

Perché in Italia c’è una sorta di horror vacui sonoro.

Perché?

Le foto pubblicate in questo post sono state scattate il mese scorso in Etiopia, sui monti Simien
Le foto pubblicate in questo post sono state scattate il mese scorso in Etiopia, sui monti Simien

Poi mi torna in mente una intervista, ancora molto attuale, che feci a Eugenio Turri quando lavoravo felicemente come giornalista freelance. L’articolo uscì a Verona, su “L’Arena”, il 23 luglio del 2004 (sotto lo pseudonimo “Carla Fabbri” e sicuramente un po’ modificato rispetto alla versione che presento qui).

Venne proposto anche a un giornale romano ma evidentemente non lo trovarono interessante.

Spero l’Arena me ne vorrà se lo ripubblico qui oggi.

Turri – straordinario viaggiatore, geografo, fotografo e studioso – purtroppo non c’è più, ma continua a parlare dai suo libri (per maggiori informazioni andate qui).

Intervista a Eugenio Turri sul libro: Il paesaggio e il silenzio (Marsilio editore, 2004).

L’orizzonte nasce a partire dallo sguardo dell’osservatore, in qualche modo noi definiamo il nostro orizzonte: basta chiudere gli occhi per veder sparire ciò che abbiamo di fronte. I suoni invece si impongono: già il filosofo Kant accusava la musica e il canto di essere contrari all’urbanità per la loro invadenza. E se nel Settecento l’Abate Dinouart scriveva «L’arte di tacere», oggi bisogna imparare non solo l’arte di tacere, ma anche quella di non fare troppo rumore. Sembra proprio che secoli dopo, siamo forse più abituati a riflettere sul paesaggio artificiale che ci circonda, sappiamo discutere di belle e brutte megalopoli, dello spazio aperto delle campagne, e tuttavia non ci rendiamo bene conto di come ogni paesaggio sia corredato da un «paesaggio sonoro», un insieme di suoni, rumori, fruscii e boati. Viviamo immersi nei suoni del nostro tempo, fino al punto che non possiamo e sappiamo più farne a meno: ecco allora che per  dimenticare la grigia sonorità frastornante del traffico alziamo l’autoradio, e immersi nel silenzio finiamo per sentirci a disagio.

Un ottimo modo per capire quale sia il nostro rapporto con i suoni e i rumori che ci circondano ci è offerto dall’ultimo libro del geografo Eugenio Turri: Il paesaggio e il silenzio (Marsilio editore). Una raccolta di brevi saggi che si soffermano ad analizzare i ritmi de paesaggio, con una particolare attenzione al senso dell’agire umano, ai riflessi religiosi del silenzio e del raccoglimento. Un libro prezioso per chi deve occuparsi di progettare il nostro panorama artificiale (architetti, urbanisti e paesaggisti), ma utilissimo anche per chi voglia essere più consapevole del rapporto tra se stesso e il paesaggio in cui vive, per chi vuole fuggire dal fragore delle città e chi di quel fragore non sa più fare a meno.

Anticipiamo alcuni aspetti del tema ponendo alcune domande all’autore.

– Innanzitutto: è inevitabile il mutare del suono di un paesaggio, proprio come mutano i tempi e le usanze? Ovvero dobbiamo considerare naturale che al sottofondo del canto dei grilli in campagna si sostituisca in città un grigio ronzio di suoni ‘tecnologici’?

È certamente inevitabile. Se pensiamo alla storia dell’uomo, da quando l’uomo preistorico non aveva mezzi per produrre rumori, se non il battito di un tamburo o l’urlo che lanciava per terrorizzare le fiere, vediamo che c’è stato un continuo progresso, se progresso possiamo chiamarlo, comunque un aumento continuo della capacità dell’uomo di produrre rumore. E questa capacità è legata soprattutto alla rivoluzione industriale, alla scoperta della polvere pirica, che mette in moto la rivoluzione industriale. In fondo cos’è il silenzio? È assenza di rumore. E che cos’è il rumore? È attrito e quindi dissipazione di energia. Più l’uomo sa produrre energia, tanto più produce rumore. Ma attenzione che quando si parla di rumore si intende anche qualunque altra cosa che lo possa produrre: il paesaggio è tutto costipato di case, è costruito dall’uomo, e nel paesaggio che l’uomo produce c’è anche il rumore.

– La strada per la sensibilizzazione nei confronti dell’inquinamento è sempre in salita (gli USA che non accettano i protocolli sull’ecologia, l’industrializzazione crescente di nuove nazioni, come la Cina, etc.), ma quella che pertiene l’inquinamento acustico sembra ancora più dura.

Direi proprio di sì, anche perché ho l’impressione che l’uomo non sappia più stare in silenzio. Perché il silenzio significa anche la possibilità dell’uomo di riflettere, di racchiudersi in se stesso, di cominciare a pensare ai misteri del mondo e della vita. Questa  capacità che è legata ad  un senso religioso del mondo viene a mancare sempre di più. La capacità dell’uomo di astrarsi dal rumore diventa sempre più difficile.

– E infatti spesso chi vive in città fugge per cercare il silenzio di un luogo naturale, per esempio la montagna, ma capita che finisca per stare più a suo agio nel fragore della città, come se il silenzio diventasse opprimente.

Esatto. Mi ricordo che negli anni Sessanta mi trovai proprio ad andare in montagna, dove si va per immergersi nel silenzio, e ho sentito una canzone messa da un altoparlante. Non era altro che una ricetrasmittente che un alpinista si portava dietro! Una contraddizione in termini: andare in montagna e portarsi dietro una radiolina. Come a dire che in montagna non si può più vivere perché è troppo silenziosa…Già allora era così. E oggi ancor di più siamo tormentati dappertutto da rumori più vari, a parte le autostrade, le discoteche, i televisori e così via, anche in campagna ormai ci sono motoseghe, tagliaerba e tutta una serie di apparati motorizzati per cui non c’è più silenzio. L’uomo sembra avere bisogno di rumori, quasi che temesse il silenzio che lo richiama al mistero del mondo e a quel senso religioso di cui parlavo.

– Quindi è per questo secondo lei che non si pone attenzione all’inquinamento acustico: perché ci fa quasi comodo?

Direi di sì, anche perché l’inquinamento comincia con le modifiche apportate al territorio, l’edificazione, eccetera, e di fronte a queste si pensa meno al rumore. Tuttavia ci sono regioni, per esempio la Lombardia, che hanno fatto delle leggi per cominciare ad abbattere i rumori. Siamo solo all’inizio di un processo che vedrà una lotta contro il rumore sempre più accanita, perché non si può vivere così storditi. Io credo che come consideriamo inquinamento quello dell’aria e del paesaggio, così dobbiamo considerare inquinamento anche il rumore.

– Lei, come geografo, compie una importante e bellissima riflessione sul cambiamento che impone al concetto di spazio la realtà virtuale. Questa novità influisce anche sulla natura spazio-temporale del suono?

Certo che influisce, influisce di sicuro. Io credo che la virtualizzazione del mondo sia anche qui una maniera di scappare l’incombenza del mistero, del senso del sacro, della religiosità. Costruendo un mondo virtuale alternativo a quello vero cerchiamo di sfuggire la riflessione che è possibile fare solo immersi nel silenzio. Sono due fughe nello stesso senso.

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10 pensieri su “Horror silentii

  1. Bellissimo post, che condivido in pieno, e bellissima intervista. A me però non risulta che la Lombardia abbia fatto qualcosa per limitare il rumore. Qui appena esce un raggio di sole tutti i trogloditi giardinomuniti del circondario si lanciano nella gara a chi ha il tosaerba più rumoroso. Solo due vicini hanno un modello silezioso, che non mi obbliga a barricarmi in casa in luglio e lavorare con i tappi nelle orecchie: un tedesco e un’olandese.

    1. Non so a cosa si riferisse Turri, forse qualche timida iniziativa ormai vecchia di almeno dieci anni… Sarà tirchierei tedesca ma nel mio giardino condminiale, quassù, in effetti usano il tosaerba senza motore, silenziosissimo! mentre avrei potuto citare i diabolicissimi affari per “pulire” le strada a Roma che servivano solo a sollevare polvere e sfondare timpani.

  2. Io li ricordo i silenzi della mia gioventù, camminavo in montagna e appena mi fermavo c’erano solo il vento e i grilli. Ricordo anche le strade assolate di un agosto romano di tanti anni fa, senza schiamazzi e clacson. Roma è persa ormai.

    1. Dovrebbe risponderti “Un’americana a Roma”… io purtroppo ho presente solo quello del quartiere Africano, che girava con la moto o con la macchina e degli amplificatori da concerto rock.

      1. Presente! Allora sono anni che non abito più a Trastevere, perciò non so più se ci sta o meno, ma dai, personaggi del genere sono immortali, quindi molto probabilmente sì. Comunque ora a Poggio Ameno mi tocca la macchina che gira ogni tanto con l’altoparlante pregandomi, in quanto donna, di scendere giù col mio ombrello e coltello da prosciutto. Mah!

  3. un consiglio editoriale di cui terrò sicuramente conto!mi sento vicina a questo periodo. Per quanto concerne il rumore “italiano” o comunque il rumore romano…perchè accade?Perchè siamo rumorosi nell’animo 🙂 comprendo profondamente il tuo rapporto con i rumori (siamo simili) eppure, quando quel “chiasso romano” mi è lontano, un po’ mi manca…

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