Hyperion secondo Castellucci

“Sì, semplicemente dimentica che esistono uomini, cuore sofferente, contestato e mille volte arrabbiato! E torna là, da dove venisti, tra le braccia della natura, immutabile, serena e bella” [Ja, vergiß nur, daß es Menschen gibt, darbendes, angefochtenes, tausendfach geärgertes Herz! und kehre wieder dahin, wo du ausgingst, in die Arme der Natur, der wandellosen, stillen und schönen (I Buch, Hyperion an Bellarmin)].

Iperione nasce in Grecia, nell’armonia con la natura, poi si reca a Smirne a studiare la sapienza, e come gli consiglia la madre, la pazienza. Deluso da tutto si imbatte in Alabanda, un uomo d’azione, reso cinico dalla vita. Con lui si unisce in profonda amicizia, con lui passa all’azione. Ma “migliorare il mondo non è uno scherzo”. Migliorare il mondo con l’azione violenta non si può. E nel tentativo si trascura e si lascia morire tutto: le illusioni, la bellezza, gli amici. Tanto meglio, allora, dimenticare gli uomini e tornare alla natura, recuperare la bellezza dove essa è sempre presente. Perché l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando pensa.

Nelle mani di Romeo Castellucci – celebre fondatore della Socìetas Raffaello Sanzio, che per questo spettacolo si è avvalso del lavoro di drammaturgia di Florian Borchmeyer e Piersandra Di Matteo – il romanzo epistolare di Friedrich Hölderlin diventa «Hyperion. Briefe eines Terroristen». La premiere è stata il 17 marzo nell’ambito di F.I.N.D., il festival internazionale della nuova drammaturgia, alla Schaubühne.

Si replica il 24 e 25 aprile, sempre alla Schaubühne.

Il fulcro, per Castellucci, è che è incredibile che l’uomo debba avere paura della bellezza, eppure è così, perché quello della bellezza è terrorismo e la bellezza non è mai senza pericoli.

Le scene di azione violenta sul palco sono di incredibile potenza, il pubblico non può rimanere passivo, perché di fronte alla violenza “non c’è niente da vedere”. Eppure si è tutti lì, con gli occhi aperti e per non vedere si deve essere costretti.

Il pubblico è così coinvolto in una delle trovate sceniche più forti alle quali io abbia mai assistito.

Ma anche la bellezza cercata nella purezza della natura e nei contrasti candidi tra bianco e nero ha in sé qualcosa di violento. Un cane nero, cieco, obbedisce agli ordini sul palco reso essenziale. Non si riesce a lavare via tutto il nero che copre il cielo. Un cerchio nero segue la figura nuda, bianchissima, che avvisa “sono qui e sono armato”. È questa l’ultima delle incarnazioni di Hyperion, portato in scena da Castellucci come donna, anzi più esattamente come varie donne che si susseguono per età, fino all’ultima astrazione.

La violenza dell’azione è ancora sullo sfondo e torna inevitabilmente a chiudere una messa in scena che secondo Castellucci rappresenta una riflessione sull’arte, la religione, la ribellione, e, aggiungerei, la compromissione che comporta l’azione, ogni azione.

Il cerchio nero nasce sulla schiena di un essere umano e gli esseri umani lo propagano.

Tra il pubblico noto almeno un attore della Schaubühne, Ingo Hülsmann (presente in “Ein Volksfeind“), che da qualche anno è anche regista.

Da Castellucci sicuramente c’è da imparare.

Foto di Arno Declair, 2013, dal sito della Schaubühne dedicato allo spettacolo
Foto di Arno Declair, 2013, dal sito della Schaubühne dedicato allo spettacolo
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