Berlino, le arti e la misura del mondo

“Arrivarono a Berlino nel tardo pomeriggio del giorno dopo. Migliaia di case basse senza un centro né un ordine, uno sconfinato insediamento nell’area più paludosa d’Europa. Stavano cominciando a costruire palazzi sontuosi: una cattedrale, dimore nobiliari, un museo per i ritrovamenti della grandiosa spedizione di Humboldt.

In un paio d’anni, disse Eugen, sarebbe diventata una metropoli come Roma, Parigi o San Pietroburgo.

Non lo sarà mai, disse Gauss. Che città ripugnante!

La carrozza si muoveva con fragore sul lastricato malconcio. Per due volte i cavalli puntarono gli zoccoli davanti a cani ringhianti, le ruote quasi si impantanarono nel terriccio bagnato delle stradine secondarie. Il loro ospite abitava allo scalo doganale numero quattro, nel centro cittadino, proprio dietro il cantiere del nuovo museo.” (Daniel Kehlmann, Die Vermessung der Welt, traduzione italiana di Paola Oliveri, Feltrinelli 2006, pp. 12-13)

Siamo nel 1828 e questa è la prima geniale descrizione di Berlino che si incontra nel libro “La misura del mondo”, che attualmente è in programmazione anche nella versione cinematografica (almeno qui in Germania).

Riuscire a immaginare così la zona intorno a Oranienburger Straße 67, l’ultima casa di Alexander von Humboldt, è difficile. Ma proprio per questo il libro di Kehlmann è divertente: perché traduce in romanzo le notizie reali sui protagonisti, in maniera fedele e mai priva di ironia, con gli occhi di un (nostro) contemporaneo.

A tal proposito, benché le descrizioni delle spedizioni di Humboldt siano molto divertenti, io ho trovato esilarante l’episodio in cui appare Kant, proprio perché tra le righe vedevo esattamente le parole reali, quelle documentate, ma usate per comporre un quadro che nessun biografo dell’epoca avrebbe potuto tracciare con questo stile.

(Confesso che mentre leggevo questo libro non potevo far a meno di pensare a Le particelle elementari, un libro che in fondo presenta la stessa contrapposizione tra due fratelli e due misure, se non del mondo, della vita – ma forse ogni misura è insieme della vita e del mondo -, un libro che io ho trovato seriamente brutto, e ho riflettuto sul fatto che il passato può essere decisamente più moderno di una sforzata modernità).

Il gioco intellettuale che mescola fedeltà alle fonti e immaginazione romanzesca è svolto da  Kehlmann a carte scoperte: l’autore sembra segnalare spesso gli inserti di fantasia, per esempio dicendo che un tale pensiero venne cancellato e espunto dal diario e dalle memorie. Fino ad affermare per bocca di Humboldt: “Gli artisti dimenticano spesso e volentieri il loro compito: mostrare la realtà. Gli artisti considerano un merito le divagazioni, ma le cose inventate confondono le persone, la stilizzazione falsifica il mondo. Per esempio […] romanzi che si tramutano in favole menzognere, perché l’autore mette le sue balzane idee in bocca a personaggi storici.

Riprovevole, disse Gauss” (p. 186).

Tutto chiaro. Se non fosse che il brano prosegue in questo modo:

“Humboldt disse che stava lavorando a un catalogo di piante e fenomeni naturali cui i pittori si sarebbero dovuti attenere per legge. E c’era da augurarsi che qualcuno stilasse un elenco simile per la poesia drammatica. Pensava, per esempio, a una lista di caratteristiche di personalità importanti, da cui un autore non avesse la facoltà di allontanarsi. Nel caso in cui un giorno l’invenzione del signor Daguerre fosse stata perfezionata, non ci sarebbe comunque stato più bisogno delle arti” (p. 186).

Ma la fotografia piuttosto che soppiantare le arti è divenuta arte a sua volta, e nonostante le enciclopedie, può esistere anche il romanzo di Kehlmann.

Uno dei canali di bonifica del Tiergarten
Uno dei canali di bonifica del Tiergarten

Ma torniamo alla Berlino che appare nel libro. Certo è che il bavarese Kehlmann dipinge in maniera molto netta Gauss come uno capace di prefigurarsi il mondo che verrà, anticipando in qualche modo le magnifiche sorti del progresso a venire, e quindi l’affermazione su Berlino che ho citato all’inizio può essere ben più acida di quello che appaia. Proprio perché in questo caso, invece, il futuro è messo in bocca al debole, incapace e un po’ stupido Eugen.

Ancora: alla fine del suo viaggio in America Humboldt ammette di aver voglia di tornare a casa.

“A Berlino?

Humboldt rise. Nessuno, dotato di buonsenso, potrebbe sentirsi a casa in quella orrenda città. Ovviamente, disse, sto parlando di Parigi. A Berlino, di questo sono certo, non vivrò mai più” (p. 179).

Altrettanto ovviamente, la realtà smentirà Humboldt, che tornerà a Berlino, volente o nolente, dopo il periodo parigino. E smentirà Gauss, dando ragione proprio a Eugen.

Del resto, talvolta è il poeta a cogliere la realtà più delle misurazioni obiettive.

E a scrivere poesie, tra i tre, è proprio Eugen.

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