Il dialetto berlinese

“Do you speak… any language?”. È possibile sentire perfino questa domanda per le vie di Berlino da un passante smarrito che sentendovi parlare in una lingua a lui estranea in una strada deserta cominci a disperare di trovare un aiuto comprensibile.

Come ho già scritto, non bisogna farsi spaventare troppo dalla lingua tedesca.

Ci sono interessanti parole intraducibili, come le ormai celebri Zweisamkeit (la vita a due: la parola è coniata su Einsamkeit, ovvero solitudine intesa in senso non negativo, sostituendo “ein” cioè “uno”, con “zwei”, due), Schadenfreude (il piacere per le disgrazie altrui: un sentimento comune a tutti i popoli, anche quelli che non hanno un nome per indicarlo), Fernweh (la nostalgia di qualcosa che è lontano e può essere ancora ignoto), gemütlich (molto più che semplicemente confortevole e accogliente).

L’uso di alcuni termini distingue il Sud dal Nord della Germania: il saluto tipico del Sud (“Gruß Gott!”) potrebbe suscitare una certa ilarità quassù, tanto quanto a Sud suonerebbe un po’ troppo prussiano scusarsi dicendo Entschuldigung piuttosto che Verzeihung, sebbene le due parole abbiano lo stesso significato.

E se brindando qualcuno vi dirà “Zum Wohl!” e non “Prost”, non sarà certo originario di queste parti.

Anche se a Berlino si può sopravvivere con l’inglese, chi vive quassù dovrebbe imparare la lingua del paese che lo ospita. Ma anche i turisti dovrebbero provare a fare qualche piccolo sforzo – qui come in qualsiasi altra nazione, a mio giudizio.

Il passo successivo, poi, è imparare a capire anche il dialetto berlinese.

Anche i tedeschi che vengono in vacanza o si trasferiscono qui devono imparare che il panino più semplice non è un Brötchen ma una Schrippe. E chiedere “un giovane calzolaio” (Schusterjunge) al forno non è strano (si tratta di un altro panino tipico della città, forse detto così perché molto povero).

Anche in giro per la città troverete tracce del dialetto berlinese (ad esempio lo slogan “ick koof bei Lehmann!”, cioè “io compro da Lehmann!” che in tedesco sarebbe “ich kaufe bei…”), che con un po’ di attenzione vi permetterà di riconoscere qualche autentico Berliner – o meglio “Berlina”– quantomeno dal diffusissimo “jut!” (al posto di “gut!”, cioè “bene!”) o “wat?” (al posto di “was?”, cioè “cosa?”).

Per farvi un’idea, se conoscete già il tedesco, dovreste almeno sfogliare i Dialoghi con Dio (Zwiegespräche mit Gott) di Ahne, un Ossi trovatosi disoccupato con la caduta del muro e divenuto poi autore celebre, non solo per questi piccoli racconti in dialetto, originariamente trasmessi su Radio Eins.

Ogni racconto inizia con il tipico scambio del saluto “Na” (“A: Na Gott. – G: Na.”) e si chiudono con un cordiale saluto (“A: Tschüss Gott. – G: Tschüss du.”). A quanto pare Dio vive sulla Chorinerstraße, a Prenzlauer Berg, un po’ innervosito dai piccoli borghesi che la stanno occupando con i loro modi troppo gentili.

Da jibt es nüscht zu meckaan (non c’è male).

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4 pensieri su “Il dialetto berlinese

  1. e non dimentichiamoci il giovane studente di tedesco che ascolta per la prima volta ad Alexanderplatz le indicazioni sui binari e scopre che 2 si dice ZWO ;D

  2. che strano, rispetto al tedesco del sud (e io conosco, e pochissimo, un altro tedesco ancora diverso, quello altoatesino, che mi ha spiegato un coltissimo salumiere del meranese, è diverso pure dal tedesco bavarese, che pure sentono più prossimo) il dialetto berlinese sembra un po’ più olandese (“ik koop” io compro) e anche un po’ più inglesizzato (“wat?” al posto di “was?”)
    ah che meraviglia le sottili variazioni linguistiche, i passaggi da una lingua all’altra muovendosi nello spazio…
    eh il famoso dono che vorrei avere dal Dio che tutti salutano (ti credo che poi si innervosisce): parlare scrivere leggere e capire tante, tante lingue!!!

  3. Na du?
    in tedesco c’è pure questa “Vorfreude” che uno avrebbe tanta voglia di tradurre e che si sottrae sempre. Conversazione di ieri: «Come si dice “Vorfreude” in russo?» «Ne snaju» (“non so”).

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