La mostra su Martin Honert a Hamburger Bahnhof

Avevo preannunciato ieri della mia recente scoperta della possibilità di seguire delle visite guidate gratuite (il biglietto va comunque comprato!) a Hamburger Bahnhof, il “museo del presente”.

È proprio grazie a una di esse che mi sono soffermata sull’attuale mostra dedicata a Martin Honert.

La collezione permanente del museo, infatti, non smette di incantarmi e quando mi è stato proposto di andare al museo in occasione di una visita guidata, ci sono tornata molto volentieri per l’ennesima volta, senza badare a quale mostra temporanea fosse in corso.

Non amo molto lo stile di Martin Honert, che non esisterei a catalogare tra gli iperrealisti, ovvero in una corrente artistica che non trovo interessante. Tuttavia la sua mostra mi ha colpito molto, forse anche grazie alle appassionate spiegazioni della guida.

Il titolo della personale dedicata a Honert è “Kinderkreuzzug”, dal nome di una sua opera del 1985-87. Ma tutte le opere sono un racconto dell’infanzia e in qualche modo una crociata dell’infanzia.

Ciò che è bidimensionale, come una foto, diventa tridimensionale, trasformato in una scultura a grandezza naturale del soggetto fotografato.

Ciò che è piccolo, come il coperchio di una scatola di sigari, diventa enorme.

Ciò che è grande, come una casa, diventa piccolo.

Salvo poi ritrovare la misura proprio nello sproporzionato: i due giganti (Riesen, 2007), che sembrano usciti da una vetrina di abbigliamento da trekking, misurano proprio l’altezza massima mai raggiunta da un essere umano (ovvero i 2,72 metri di Robert P. Wadlow, nato nel 1918 e morto nel 1940).

Così il gigante da fantasia diventa realtà, proprio come nell’opera a mio giudizio più bella: Fata morgana (1996). Un intelligente intreccio di illusioni: in alto l’immagine di un bambino che costruisce un castello meraviglioso, appare su una parte ma in realtà è sospesa in aria, davanti alla parete, ingannando gli occhi dell’osservatore. Sotto, a terra, c’è un castello di sabbia: il tipico monte imperfetto e franante. Quello che probabilmente è il risultato dell’opera del bambino che però non vede un ammasso di sabbia, ma proprio quel castello magnifico che volteggia sopra.

Fantasia e realtà, realtà e illusione, illusione realistica e reale illusorio. Tutto insieme. A dimostrazione che l’arte, anche quella iperrealista, presenta la realtà solo in quanto è illusione. E viceversa.

Tutto sta a cogliere l’attimo preciso della meraviglia, come nell’orologio che segna le 22:22 (opera del 1992 – confesso che da bambina ero incantata invece dalle 22:55). È solo un attimo ma vale più di tante ore che corrono via anonime.

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