La tomba di Max Stirner (e qualche spunto di riflessione)

Quando sono venuta a sapere che nel cimitero di Bergstraße era sepolto Max Stirner (al secolo Johann Caspar Schmidt, nato a Bayreuth nel 1806 e morto a Berlino nel 1856), che abitava nel quartiere (morì a Philippstraße 19), ho deciso di cercarne la tomba. Seguendo il prospetto posto all’entrata non riuscivo a trovarla, poi mi sono resa conto che la forma del cimitero è influenzata dal fatto che anch’esso, come altri, è stato scempiato per costruire il muro (uno scempio nello scempio) e ora la tomba si trova nell’ultima fila, rivolta al muro (ovvero, ora, al memoriale del muro su Bernauer Straße).

Dal 1994 è curata dal comune di Berlino (circa un secolo dopo la sua identificazione e il furto del cranio ad opera del suo più celebre biografo, Mackay).

In questo ultimo periodo su di essa è posta una corona, probabilmente lasciata in occasione della ricorrenza della sua nascita, il 25 ottobre.

Giusto davanti alla lapide si trova un bellissimo albero, sotto al quale c’è una piccola panchina – perfetta per soffermarsi a pensare.

Per me la scoperta di questa sepoltura è stata anche l’occasione per riprendere in mano l’Unico e la sua proprietà (Der Einzige und sein Eigentum) e per tornare a riflettere su qualche passaggio.

Non sono una specialista ma solo una semplice lettrice, quindi mi limiterò a riportare alcune citazioni, che trovo particolarmente interessanti (esiste una edizione italiana pubblicata da Adelphi, più una antiquata e brutta traduzione che si trova anche in rete, ma quella qui riportata è mia).

Magari per qualcuno saranno uno spunto per provare a cimentarsi con l’intera opera.

Il pensiero di Stirner non è semplice da comprendere e può essere (ed è stato) spesso interpretato a proprio gusto (o disgusto),  piegato a giustificazione di ideologie che nulla hanno a che vedere con il suo pensiero.

Quando l’Unico uscì, nel 1844, fu considerato un libro immorale, mostruoso e folle. E anche negli anni a venire si è continuato spesso a vedere in questa bibbia dell’egoismo un pericolo pubblico, un baratro aperto pronto a inghiottire troppe certezze in un marasma anarchico. Allo stesso tempo esso ha influenzato molti autori, forse è stato plagiato dal ben più celebre Nietzsche, e seppure lontano dalle masse non ha mai smesso di interessare e turbare i lettori.

Il paradosso di fondo della critica stirneriana è che essa non vuole essere una critica, una filosofia, un sistema di pensiero (bisogna pensare che egli fu allievo di Hegel), quanto piuttosto una liberazione dal pensiero a favore dell’irripetibile individualità di me stesso (e non dell’uomo, in astratto). A me stesso è ridonata tutta la libertà, la responsabilità, il diritto e il dovere, senza che ciò sfoci nel solipsismo. Dopo aver distrutto tutta la sovrastruttura sociale, religiosa, filosofia e politica, devo ripartire dall’unicità di me stesso, perché solo questo non è un fantasma ma l’unica vera proprietà imprescindibile.

Ritrovare su sé stessi tutta la libertà, tuttavia, non è facile, anzi, è molto più difficile che non obbedire a regole e tradizioni, anche di quelle delle quali ci si lamenta volentieri, e forse è per questo che il pensiero di Stirner è tanto ostico. Allo stesso tempo è proprio per questo che il suo pensiero meriterebbe una grande attenzione in un mondo in cui le “ossessioni” che ci guidano si fanno sempre più numerose e tutti ci facciamo guidare da idee e necessità che non ci appartengono, pendendo di vista noi stessi e, con ciò, anche gli altri (non importa se ormai le nostre ossessioni non sono più Dio ma la ricchezza, lo Stato ma lo status sociale…). Cadendo nel paradosso che per rispettare una morale o un’idea, perdiamo di vista l’individuo che abbiamo di fronte – e noi stessi.

– – –

«La critica è la lotta di chi è ossessionato contro l’ossessione in quanto tale, contro tutte le ossessioni, una battaglia, che è fondata nella coscienza, che ovunque sussista una ossessione, o, come la chiama il critico, una relazione religiosa o teologica. Egli sa che ci si relaziona in maniera religiosa o fideistica non solo verso Dio ma anche verso altre idee come il diritto, lo stato, la legge e così via, vale a dire, egli riconosce l’ossessione dappertutto. Così egli vuole liberare i pensieri attraverso il pensiero, io invece dico che solo l’assenza di pensieri mi salva veramente dai pensieri. Non il pensiero ma la mia assenza di pensieri, o io, l’impensabile, l’inconcepibile mi libero dall’ossessione».

[Die Kritik ist der Kampf des Besessenen gegen die Besessenheit als solche, gegen alle Besessenheit, ein Kampf, der in dem Bewußtsein begründet ist, daß überall Besessenheit oder, wie es der Kritiker nennt, religiöses und theologisches Verhältnis vorhanden ist. Er weiß, daß man nicht bloß gegen Gott, sondern ebenso gegen andere Ideen, wie Recht, Staat, Gesetz usw. sich religiös oder gläubig verhält, d. h. er erkennt die Besessenheit allerorten. So will er durch das Denken die Gedanken auflösen, Ich aber sage, nur die Gedankenlosigkeit rettet Mich wirklich vor den Gedanken. Nicht das Denken, sondern meine Gedankenlosigkeit oder Ich, der Undenkbare, Unbegreifliche befreie mich aus der Besessenheit.]

«Uno scuotimento può servirmi quanto il più accurato pensiero, stiracchiare gli arti libera dal tormento dei pensieri, un sobbalzo scrolla via dal petto l’incubo del mondo religioso, un grido di tripudio getta via un annoso aggravio. Ma l’immane significato di un grido libero di pensieri non ha potuto essere riconosciuta nella lunga notte del pensiero e della fede».

[Ein Ruck tut Mir die Dienste des sorglichsten Denkens, ein Recken der Glieder schüttelt die Qual der Gedanken ab, ein Aufspringen schleudert den Alp der religiösen Welt von der Brust, ein aufjauchzendes Juchhe wirft jahrelange Lasten ab. Aber die ungeheure Bedeutung des gedankenlosen Jauchzens konnte in der langen Nacht des Denkens und Glaubens nicht erkannt werden].

«Che cosa sono io dunque per te? Forse questo io in carne e ossa, come io mi muovo e sto fermo? Niente meno che questo. Questo io vivente, con i suoi pensieri, risoluzioni e passioni, è ai tuoi occhi una “faccenda privata”, della quale non ti riguarda, è una “cosa per sé” come “cosa per te” esiste solo il mio concetto, la mia specie, solo l’uomo, che si può chiamare Hans, tanto quanto potrebbe essere Pietro o Michele. In me tu non vedi me, quello vivente in carne e ossa, ma un irreale, uno spettro, cioè un uomo».

[Was bin Ich Dir nun? Etwa dieses leibhaftige Ich, wie Ich gehe und stehe? Nichts weniger als das. Dieses leibhaftige Ich mit seinen Gedanken, Entschlüssen und Leidenschaften ist in deinen Augen eine »Privatsache«, welche Dich nichts angeht, ist eine »Sache für sich«. Als eine »Sache für Dich« existiert nur mein Begriff, mein Gattungsbegriff, nur der Mensch, der, wie er Hans heißt, eben so gut Peter oder Michel sein könnte. Du siehst in Mir nicht Mich, den Leibhaftigen, sondern ein Unwirkliches, den Spuk, d. h. einen Menschen.]

«La storia cerca l’uomo: tuttavia esso siamo io, tu, noi. Cercato come un essere misterioso, come il divino, prima come il Dio, poi come l’uomo (essere umano, umanità e consesso umano), è stato trovato come il singolo, il finito, l’unico».

[Die Geschichte sucht den Menschen: er ist aber Ich, Du, Wir. Gesucht als ein mysteriöses Wesen, als das Göttliche, erst als der Gott, dann als der Mensch (die Menschlichkeit, Humanität und Menschheit), wird er gefunden als der Einzelne, der Endliche, der Einzige.]

«Io non dovrei forse prendere viva partecipazione alla persona di un altro, non dovrebbe starmi a cuore la sua felicità e il suo benessere, non dovrebbe essere per me superiore ad altri miei piaceri il suo piacere, che io gli procuro? Al contrario, io posso sacrificare a lui con gioia innumerevoli piaceri, posso privarmi di innumerevoli cose per aumentare il suo piacere, e posso mettere a rischio per lui ciò che per me senza di esso sarebbero le cose più importanti, la mia vita, il mio benessere, la mia libertà. Riempie anche il mio piacere e la mia gioia, che io soddisfi la sua gioia e il suo piacere. Ma io, me stesso, non mi sacrifico, quanto piuttosto resto egoista e ne godo».

[Soll Ich etwa an der Person des Andern keine lebendige Teilnahme haben, soll seine Freude und sein Wohl Mir nicht am Herzen liegen, soll der Genuß, den Ich ihm bereite, Mir nicht über andere eigene Genüsse gehen? Im Gegenteil, unzählige Genüsse kann Ich ihm mit Freuden opfern, Unzähliges kann Ich Mir zur Erhöhung seiner Lust versagen, und was Mir ohne ihn das Teuerste wäre, das kann Ich für ihn in die Schanze schlagen, mein Leben, meine Wohlfahrt, meine Freiheit. Es macht ja meine Lust und mein Glück aus, Mich an seinem Glücke und seiner Lust zu laben. Aber Mich, Mich selbst opfere Ich ihm nicht, sondern bleibe Egoist und – genieße ihn.]

«Ognuno dei tuoi aspetti dovrebbe essere umano; tu stesso dovresti esserlo dalla testa ai piedi, all’interno come all’esterno: quindi l’umanità è ciò a cui sei chiamato.

Vocazione – destinazione – compito!

Ciò che uno può diventare, questo diventa».

[Jeder deiner Züge soll menschlich sein; Du selbst sollst es vom Wirbel bis zur Zehe, im Innern wie im Äußern sein: denn die Menschlichkeit ist dein Beruf.

Beruf – Bestimmung – Aufgabe!

Was Einer werden kann, das wird er auch.]

«Un uomo non è “chiamato” a niente e non ha alcun “compito”, nessuna “destinazione”, tanto  quanto non ha una “vocazione” una pianta o un animale. Il fiore non segue una vocazione di completarsi, ma adopera invece le proprie capacità come meglio può per godere il mondo e consumarlo, vale a dire succhia tanti più possibili nutrimenti dalla terra, aria dall’etere, luce dal sole, quanti più ne può ricevere e assorbire. L’uccello non vive secondo una vocazione, ma usa le sue capacità il più possibile: cattura insetti e canta secondo il volere del suo cuore. Le capacità del fiore e dell’uccello, tuttavia, a confronto di quelle dell’uomo sono limitate, e molto più formidabile di un fiore e di un uccello diventa un uomo, che applica le sue capacità adoperandosi nel mondo. […] si potrebbe dire all’uomo: utilizza le tue capacità. Ma in questo imperativo potrebbe essere fondato il senso che è un compito dell’uomo usare la sua capacità. Ma non è così. Ciascuno usa tanto più realmente la propria capacità, senza considerare ciò la propria vocazione: ciascuno in ogni istante usa tanta capacità quanta ne possiede. Di chi è sconfitto si dice bene che avrebbe dovuto impegnarsi di più; solo che si dimentica che se nel momento in cui soccombeva avesse avuto la capacità di impegnarsi di più, di utilizzare di più le sue forze vitali, non avrebbe fallito».

[Ein Mensch ist zu nichts »berufen« und hat keine »Aufgabe«, keine »Bestimmung«, so wenig als eine Pflanze oder ein Tier einen »Beruf« hat. Die Blume folgt nicht dem Berufe, sich zu vollenden, aber sie wendet alle ihre Kräfte auf, die Welt, so gut sie kann, zu genießen und zu verzehren, d. h. sie saugt so viel Säfte der Erde, so viel Luft des Äthers, so viel Licht der Sonne ein, als sie bekommen und beherbergen kann. Der Vogel lebt keinem Berufe nach, aber er gebraucht seine Kräfte so viel es geht: er hascht Käfer und singt nach Herzenslust. Der Blume und des Vogels Kräfte sind aber im Vergleich zu denen eines Menschen gering, und viel gewaltiger wird ein Mensch, der seine Kräfte anwendet, in die Welt eingreifen als Blume und Tier. […] Nun könnte man dem Menschen zurufen: gebrauche deine Kraft. Doch in diesen Imperativ würde der Sinn gelegt werden, es sei des Menschen Aufgabe, seine Kraft zu gebrauchen. So ist es nicht. Es gebraucht vielmehr wirklich Jeder seine Kraft, ohne dies erst für seinen Beruf anzusehen: es gebraucht Jeder in jedem Augenblicke so viel Kraft als er besitzt. Man sagt wohl von einem Besiegten, er hätte seine Kraft mehr anspannen sollen; allein man vergißt, daß, wenn er im Augenblicke des Erliegens die Kraft gehabt hätte, seine Kräfte (z. B. Leibeskräfte) anzuspannen, er es nicht unterlassen haben würde […]. ]

[Si è pensato che] «non l’unico è l’uomo, ma un pensiero, un ideale, verso il quale l’uomo non si rapporta come un bambino all’uomo, ma come un punto di creta a un punto pensato, o come una creatura finita a un creatore eterno, secondo il nuovo modo di vedere, come un esemplare rispetto alla specie. Da qui viene il primo piano l’apologia dell’“umanità”, dell’“eterno, immutabile”, in onore al quale (in maiorem humanitatis gloriam) il singolo deve votarsi e la sua  “gloria immortale” deve trovarsi nel fatto che abbia fatto qualcosa per lo “spirito dell’umanità”».

 

[Nicht der Einzelne ist der Mensch, sondern ein Gedanke, einIdeal ist der Mensch, zu dem der Einzelne sich nicht einmal so verhält, wie das Kind zum Manne, sondern wie ein Kreidepunkt zu dem gedachten Punkte, oder wie ein – endliches Geschöpf zum ewigen Schöpfer, oder nach neuerer Ansicht, wie das Exemplar zur Gattung. Hier kommt denn die Verherrlichung der »Menschheit« zum Vorschein, der »ewigen, unsterblichen«, zu deren Ehre (in maiorem humanitatis gloriam) der Einzelne sich hingeben und seinen »unsterblichen Ruhm« darin finden muß, für den »Menschheitsgeist« etwas getan zu haben.]

«Proprietario della mia autorità sono io, e io lo sono quando so che io sono l’unico. Nell’unico lo stesso proprietario torna al suo nulla creatore, dal quale è nato. Ogni essere più alto sopra me, sia esso Dio, sia esso l’uomo, indebolisce il sentimento della mia unicità e impallidisce solamente al sole di questa consapevolezza. Io poggio su me, l’unico, la mia causa, quindi essa poggia sulla caducità, sul creatore mortale di sé, che si consuma esso stesso, e posso dire:

io ho posto la mia causa nel nulla».

[Eigner bin Ich meiner Gewalt, und Ich bin es dann, wenn Ich Mich als Einzigen weiß. Im Einzigen kehrt selbst der Eigner in sein schöpferisches Nichts zurück, aus welchem er geboren wird. Jedes höhere Wesen über Mir, sei es Gott, sei es der Mensch, schwächt das Gefühl meiner Einzigkeit und erbleicht erst vor der Sonne dieses Bewußtseins. Stell’ Ich auf Mich, den Einzigen, meine Sache, dann steht sie auf dem Vergänglichen, dem sterblichen Schöpfer seiner, der sich selbst verzehrt, und Ich darf sagen:

Ich hab’ mein’ Sach’ auf Nichts gestellt.]

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