Bilancio romano (fuori dal comune)

Oggi il treno per Fiumicino annunciava addirittura le fermate (anche se due o tre, secondo la voce, si chiamano Villa Bonelli e Muratella) in compenso capire quale sia il binario del treno per l’aeroporto è affidato alla gentilezza di qualche viaggiatore abituale, perché almeno tra Nomentana e Ostiense gli schermi che indicano le direzioni sono spenti (mentre quelli pubblicitari funzionano alla perfezione).

Sotto l’ala dell’aereo che finalmente mi riporta a Berlino si intravedono le luci di qualche città che non posso identificare e mi chiedo che cosa ho imparato nel mio ultimo soggiorno romano.

Che ci sono un sacco di ciclisti a Roma, che sfidano un traffico maleducato e aggressivo. Ma chi di dovere non ha capito che deve costruire le piste ciclabili e potenziare il servizio pubblico, sì, anche a danno dei parcheggi.

Che nel tiepido e tropicale autunno Roma è come sempre bellissima e come sempre invivibile. E mi torna in mente quanto disse un ragazzo che viveva nel Kashmir dove i disagi e la cattiva gestione sono andati peggiorando negli anni: agli occhi dei turisti è un bel posto ma lui che ci vive riassumeva le caratteristiche principali come tutte e solo negative.

Che la classe media, quella che era la spina dorsale del paese, sembra in via di estinzione, tra i pochi ricchi arroganti e i tanti che con grande dignità e impegno vanno avanti a fatica.

Che ancora una volta davanti ai figli degli amici e ai nipotini spero da ottimista che quando saranno grandi troveranno un’Italia migliore.

Che gli hipster, come previsto, cominciano a vedersi anche a Roma – ma sempre meglio della aspiranti veline e degli aspiranti tronisti.

Che si può essere soddisfatti o no di un libro che si è appena pubblicato, ma alla fine vedere il proprio padre – certamente non un lettore accanito – che inforca gli occhiali per leggerne qualche riga, ripaga di tanta fatica.

Che la vita incerta tra due luoghi può essere lacerante e destabilizzante, e quando si è fatto un salto si può solo andare avanti, lasciando indietro ciò che è rimasto indietro.

E cercare di tenere un filo, anche quando sembra un gomitolo piuttosto intricato.

Come quando ero bambina e si riciclava la lana ancora buona di maglioni non più usati, per farne un nuovo maglione o delle coloratissime coperte. Si tirava con pazienza il filo in una matassa, dalla quale poi ottenere il gomitolo. A me piaceva tenere la matassa di lana tra le due mani mentre mia madre faceva il gomitolo o la avvolgeva attorno al fuso per lavorare con quelle bellissime macchine per tessere la lana (quando studiavo i luddisti a scuola, immaginavo sempre macchine simili).

Qualcosa di simile mi sembra di fare anche con la vita.

Speriamo che con la lana di tanti anni passati venga fuori ora una bella coperta.

Intanto, come sempre, arriva la canzone giusta negli auricolari:

Je n’ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu’on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien là
Le vent nous portera
 
(…)

Ce parfum de nos années mortes
Ce qui peut frapper à ta porte
Infinité de destins
On en pose un et qu’est-ce qu’on en retient?
Le vent l’emportera

Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J’emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi
Le vent les portera
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

(Noir Desir)

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3 pensieri su “Bilancio romano (fuori dal comune)

  1. e quante volte nei riquadri della coperta si riconoscono i maglioni ai quali le lane appartenevano…
    E la coperta poi è cento volte meglio dei maglioni disfatti…
    Questa immagine dei fili ripresi, riusati, tessuti è veramente splendida.
    Penso uscirà fuori una coperta bellissima.

  2. …e soprattutto calda. Il passato un po’ per tutti è la nostra “coperta” ma solo in pochi comprendono quanto è più propria se ricavata da quel che siamo stati e tessuta cercando, non sempre riuscendoci, di diventare migliori.

    1. No so se veramente cerco di diventare migliore… Ciascuno diventa quel che può diventare (mi sa che è proprio ora che smetto di rimuginarci e pubblico il post su Stirner che medito da mesi…). Il maglione diventa una coperta: bella, brutta, non so, ma è la mia coperta… 🙂

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