Pianure familiari

Che poi a me Termini, la stazione, è sempre piaciuta. Mi piace il viavai di persone, il fatto che sia così grande, quell’intrico di partenze e ritorni. Ogni tanto passando di lì con un amico scherzavamo a guardare il tabellone delle partenze e decidere in quel momento su quale treno saremmo saliti. Venezia, magari, Torino o Perugia, o ben più lontano.

Di una cosa sono molto grata a Roma: una volta che si impara a cavarsela qui, nessun viaggio e nessuna capitale può più spaventare. Lo penso mentre faccio la gimcana a piazza dei Cinquecento.

I primi anni a Roma mi arrabbiavo perché la stazione dei treni era così sporca mentre gli aeroporti sono tirati a lucido. Poi migliorò la situazione con il centro commerciale. Benedetto avvento del consumismo che sgombera i sottopassaggi e li riempie di luci colorate. Ora sono arrivati gli inutilissimi schermi che trasmettono rumore pubblicitario. Perché? Dovrebbero dare un’aria più moderna? Forse si ripagano proprio trasmettendo la pubblicità, ma questo figlio del consumismo è fine a sé stesso e decisamente ne faremmo volentieri a meno.

Gli schermi informativi invece sfoderano il solito italiano complesso che tradirebbe qualsiasi straniero di buona volontà: “Si rammenta che…”.

Corro al lontano binario 25, a fianco c’è il treno per l’aeroporto in partenza ma stavolta non è quello che mi serve. Vado a nord, ma solo un poco. Mi sorprende un treno nuovo sulla linea di Grosseto-Pisa. L’ultima volta era il solito treno lurido. Che stiano migliorando i regionali?

Sul treno una coppia di inglesi chiede aiuto per capire a quale fermata scendere per “Sivitavecia”. Perché il treno è nuovo ma le fermate non vengono annunciate. Sono così allegri, felici di essere in Italia. Forse devono salire su uno dei grandi traghetti che vedo ancorati al porto e qualche piccolo disagio per loro fa parte del pittoresco. Diversa è la visione di due ragazzini con la faccia da etruschi e l’abbigliamento da rocker: “dobbiamo stare attenti a scendere a Civitavecchia” – “non ci possiamo sbagliare, lo sai, quando si sente la puzza siamo arrivati”.

Poi la periferia di Roma scorre e sparisce nelle campagne piatte della costa. I canali che evitano che si ricreino le paludi sono gli stessi che corrono dritti sui terreni della Bassa Sassonia e del Brandeburgo. E mi viene da pensare che andando lassù in fondo non sono andata così lontano.

All’arrivo, quando appaiono gli amati colli di tufo che segnano l’Etruria, mi aspetta una passeggiata al mare, con la sagoma familiare dell’Argentario a fare da sfondo al vento umido.

Imparare a vivere in posti diversi, a sentirsi a casa in ogni dove, finisce per moltiplicare le nostalgie. Non potrei fare a meno di ritornare qui. Ma non solo qui, ormai.

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5 pensieri su “Pianure familiari

  1. “Imparare a vivere in posti diversi, a sentirsi a casa in ogni dove, finisce per moltiplicare le nostalgie. Non potrei fare a meno di ritornare qui. Ma non solo qui, ormai.”
    Vero, verissimo. Grazie Chiara.

  2. Sono d’accordo, più ci si sposta (con piacere, naturalmente, non obbligati e controvoglia) più aumentano i ricordi e con loro le nostalgie. A volte sono una palla al piede, a volte un balsamino niente male 🙂
    Ciao, Elle.

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