Toserba e KaDeWe

Perché si viaggia? È una domanda che non ho bisogno di pormi. Eppure mi viene posta, talvolta. Per esempio quando andai dal medico in Italia a farmi prescrivere dei controlli prima di partire per il Ladakh: non solo non c’era modo di farle capire che benché sia India il problema non sarebbe stata la malaria, ché a 3500 metri se si incontra una zanzara, come lessi detto da qualcuno, è il caso di stringerle la zampetta e farle i complimenti, ma continuava a dire “io non capisco perché si vada in certi posti, sarà che ho una certa età e sono più saggia”. Mi limitai a rispondere con un sorriso, con la solita risposta di riserva: perché si va in certi posti? Perché ci sono.

Forse al mio medico basta fare il paragone tra la natia Calabria e Roma, o trova saggio non fare proprio paragoni; io rimpiango di non aver visto non dico tutte le 17.000 isole indonesiane, ma almeno un po’ di più di tre piccole porzioni.

Ancora non sono mai stata in Africa, purtroppo, che tutti dicono dia il “mal d’Africa”, ovvero uno struggente desiderio di tornarci. Ma in un certo senso posso dire di soffrire di “mal di mondo”. Ecco: così potrei tradurre il termine Fernweh. Nostalgia del mondo.

Se però più banalmente devo dire a cosa può servire viaggiare, direi che è necessario per conoscere anche il proprio paese (oltre a sé stessi, ovviamente, ma non vorrei essere accusata di retorica). Gli “inevitabili confronti” che con leggerezza porto avanti qui tra Roma e Berlino, possono essere estesi al mondo intero.

Così capita di scoprire che la prima impressione a Giakarta e Yogyakarta è quella di città non dissimili da Roma. Intendiamoci: non parlo del Colosseo ma dei quartieri periferici residenziali, invasi di motorini (devo dire, però, che in Indonesia sono infinitamente più numerosi), imbruttiti da enormi cartelli pubblicitari e elettorali, caratterizzati da marciapiedi dissestati e mendicanti (questi più numerosi a Roma, per la verità), e serviti da una insufficiente rete di trasporto pubblico.

E mi intrattengo a parlare con chi vive lì del problema dell’evasione fiscale e della corruzione… Siamo pronti a pensare che quello sia quasi “terzo mondo”, dove regalare le penne ai bambini, ma poi scopriamo che somiglia incredibilmente a casa nostra.

Allo stesso tempo ho scoperto che indonesiani e tedeschi condividono la passione per acronimi, crasi e accorciamenti di parole. Il celebre KaDeWe, acronimo per “Kaufhaus des Westens”, ovvero il centro commerciale dell’ovest, ha un equivalente nel Toserba, acronimo per “il negozio che ha tutto”. I multiformi saluti indonesiani – per impararli tutti ce n’è voluto! – declinati in Selamat pagi (il mattino) selamat siang (dalle 12 alle 14) selamat sore (dalle 15 alle 18) selamat malam (al tramonto) selamat tidur (la notte), vengono regolarmente accorciati omettendo “selamat”, un po’ come dire, come accade di solito, ’Morgen, ’Tag, o ’Abend, senza il Guten, con quell’aria un po’ indolente che mantiene la cortesia e risparmia il fiato.

Il motto dell’Indonesia, paese incredibilmente multiforme, è “molti ma uno”. Per me può essere esteso al mondo intero: siamo molti, differenti, eppure uno. E come unità, vorrei conoscere tutte le sfumature della nostra molteplicità.

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5 pensieri su “Toserba e KaDeWe

  1. si viaggia per conoscere come vivono le persone e per interagire con loro senza pregiudizi, per condividere, per portare con te qualcosa di loro, che non sono i souvenir; ma quello che si impara… Insomma, per diventare persone migliori…e tu ci riesci alla grande! (tutto sommato, “Tutto Natura” e Toserba, hanno qualcosa in comune: “c’è di tutto, anche quello che non vedi”)
    Continua così… mi fai venire una tremenda nostalgia dei miei anni di vagabondaggio per il mondo!

    1. Ah, TuttaNatura!! Nelle tante giornate passate lì mi incantavo quando arrivavano i “forestieri” e gli archeologi d’estate, o i commessi viaggiatori, che per me erano così esotici e portavano una ventata di freschezza tra i soliti volti del paese. Forse è nata da lì la mia curiosità per l’altrove…

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