Fernweh

Sono riuscita a mantenere vivo il blog mentre scalavo vulcani, camminavo in circolo attorno a templi, attraversavo deserti di cenere, assistevo a sacrifici rituali di bufali e correvo nelle risaie. Ora che sono semplicemente impelagata a Roma tra dis-abilitazioni nazionali, concorsi e amenità varie, mi manca il tempo e l’ispirazione per scrivere. Eppure avrei tanti racconti da fare. Spero di poter spiegare presto perché il Toserba è come il KaDeWe, e che le caste forse ci sono anche da noi.

Intanto mi serve molto pensare che c’è un altrove, che sia Berlino o un deserto sulfureo avvolto di nebbia nell’alba dell’altro emisfero.

Mai più di adesso sento la nostalgia di terre lontane, quella che spinge a viaggiare, che fa guardare oltre, cercare l’ignoto, lasciare un presente che si è fatto angusto. Il benedetto Fernweh, sentimento per il quale l’italiano non ha un termine.

Ho imparato fin da bambina guardando i colli della Toscana far tutt’uno con il Lazio, che i confini sono solo linee immaginarie, da superare con un salto. Ogni giorno a Berlino attraverso la linea dove correva il muro. Ma “tutte le strade portano a Roma”, e forse è per questo che mi sento un po’ confinata qui, come nel centro di un labirinto intricato dal quale è difficile uscire.

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