Altro dagli altri (ovvero normale)

Qualche sera fa a casa di amici ho potuto vedere un bel film del 1919 con accompagnamento di musica dal vivo. Già solo questo poteva rendere la serata molto interessante ma non è tutto qui. Si trattava infatti di un film molto particolare, ovvero “Anders als die Andern”, scritto dal medico Magnus Hirschfeld e diretto da Richard Oswald.

A quanto ne so, è il primo film a occuparsi della tematica omosessuale.

Si tratta di un film educativo, volto a spiegare i danni del famigerato paragrafo 175 del codice penale tedesco, che dal 1872 al 1994 ha reso perseguibile per legge l’omosessualità maschile (chi di voi ha seguito il consiglio di assistere alle visite guidate di Stefan, avrà già appreso molto in proposito).

La storia è semplice: un grande violinista ha (presumibilmente) una relazione con il proprio allievo; presumibilmente, perché non ci sono scene esplicite, ovviamente, nel film, che fu anche tagliato dalla censura. Ad accorgersi del legame tra i due è un losco tipo, che ne approfitta per estorcere denaro al musicista, in cambio del proprio silenzio. Quando il violinista si stanca di sottostare ai ricatti, l’estorsore lo denuncia grazie al § 175, rovinando la carriera e la vita del musicista. Come intermezzo ci sono le relazioni del dottor Magnus Hirschfeld sulla normalità dell’omosessualità in natura, secondo il motto “giustizia attraverso la scienza”, e annotazioni sui numerosi suicidi di uomini omosessuali costretti dalla famiglia al matrimonio con donne che non amano e non possono amare.

Un film di quasi cent’anni fa.

E io alla fine non potevo non pensare che l’attuale livello di civiltà raggiunto a Berlino rispetto agli omosessuali non può non dipendere anche da questa lunga storia di educazione. A questo film, infatti, ne seguirono altri, tutti volti a sensibilizzare il pubblico sulla normalità dell’omosessualità, che ai nostri occhi ora possono apparire anche un po’ buffi per l’impostazione pesantemente pedagogica, ma che evidentemente sono serviti.

Anche se in Germania lo stato è stato lento a recepire l’ingiustizia del § 175 (da questo punto di vista nella DDR le cose andarono meglio, con una soppressione della perseguibilità dell’omosessualità tra adulti già nel 1950), nella mentalità delle persone evidentemente si sono fatti passi avanti ben superiori che in altri stati, non ultima l’Italia.

Anche il fatto che in tedesco ci sia un termine neutro per indicare chi è omosessuale, ovvero Schwul, che in italiano tradurremmo con (l’inglese) gay, mi sembra riflettere appieno la neutralità con la quale ci si pone davanti ai gusti sessuali dei singoli.

Pare che Berlino fosse rinomata per i gay già in passato, se è vero che in Francia per abbordare un uomo in un parco era in uso domandare “parlez-vous allemand?” (lei parla tedesco?) e che durante la Repubblica di Weimar a Berlino c’erano numerosi luoghi che vengono indicati come progenitori delle attuali dark room.

L’accettazione dell’omosessualità, tuttavia, non è stata un percorso in discesa: basti pensare alla repressione nazista (ricordate il “triangolo rosa” che doveva indossare il costumista nel film “Essere o non essere”?).

E la strada ancora non è finita: oggi si cerca di sensibilizzare allo stesso modo la numerosa comunità turca in città, meno aperta di vedute, con pubblicità di sostegno: mi colpì un manifesto diffuso sulle fermate dei bus con scritto “x è gay ed è uno di noi”, dove “x” era un nome turco (“Hassan ist schwul. Er gehört zu uns. Jederzeit!” / “Gül ist lesbisch. Sie gehört zu uns. Jederzeit!”). si trattava di una iniziativa di una associazione contro l’omofobia.

Nello storico SO36 a Kreuzberg, intanto, si organizza ogni ultimo sabato del mese una serata gay turco-orientale.

Nel film, per voce del medico Magnus Hirschfeld, compariva la seguente affermazione: la persecuzione degli omosessuali nella nostra epoca non è differente dalla persecuzione delle streghe nel passato.

Mentre pedalavo verso casa dopo il film, non potevo non togliermi dalla testa che l’idea che ci siano ancora una marea di idioti nella capitale italiana (e non solo in essa) pronti a bruciare le streghe, fa male, a prescindere dall’orientamento sessuale, e mi piacerebbe molto vedere anche laggiù dei manifesti contro l’omofobia piuttosto che troppi inutili manifesti elettorali e pubblicitari.

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