L’orso e la cagna

Un cortocircuito tra due eventi nello stesso giorno: la lettura di un vecchio post di Berlino Cacio e pepe e la (seconda) visione del film “Pranzo di ferragosto”.

Mi trovo a riflettere di nuovo sugli inevitabili paragoni.

Appena ho letto l’articolo su “cosa manca a un romano a Berlino”, mi sono trovata interdetta. Sarà che nel mio quartiere a Roma, a differenza di quello citato nel post, seppure non si tratti del peggiore quartiere della città, non vive Fiorello (ora che ci ripenso, incontravo qualche volta Marco Lodoli ma era proprio come una “bolla” o un’isola in un ambiente ostile), sarà che non ho un cane e non parlo di calcio al bar (forse anche il fatto che io non sia un uomo fa la differenza ma se fossi un uomo che non segue il calcio veramente avrei qualcosa da dire al barista o agli avventori?).

Il fatto è che qui a Berlino ho trovato esattamente quello che né a Roma né a Parigi avevo trovato, cioè proprio la facilità di scambiare due chiacchiere o un sorriso con gli sconosciuti, che qui mi appaiono molto più cortesi e aperti dei romani, nonostante i pregiudizi sui tedeschi freddi e chiusi. Gli orsi berlinesi sembrano veramente poco orsi.

Poi è vero che a Trastevere parlare col “Vichingo”, che appare nel film suddetto, non è difficile, e vedere le vie assolate intorno al San Calisto, con l’aria fatta di cicale e sole, fa venire una nostalgia struggente. Nostalgia, però, di qualcosa che ormai ai miei occhi è solo una bolla nell’aria pesante di Roma.

Quando mi trasferii nella capitale (italiana) amavo l’atteggiamento disincantato (come quello del Vichingo) e l’umorismo dei suoi abitanti. Tutto ciò mi sembrava la saggia consapevolezza dell’effimero, una consapevolezza che insegnano le pietre dell’impero romano in mezzo al traffico. Poi col tempo mi è apparsa sempre più “una cagna in mezzo ai maiali”, come dice una canzone che sembra irriverente e invece ha pietà.

Sarà che le cose vanno male a Roma o in Italia, ma quando torno lì vedo persone inferocite, sospettose, maldisposte, stanche e arrabbiate.

Cosa che non vedo qui. E laggiù in tanti anni non ho parlato con così tanti sconosciuti come in poco tempo quassù: gente che commenta qualcosa che succede e ti augura buona giornata, che scherza sorride e saluta.

Tutte quelle buone maniere che ho imparato da bambina, dire buongiorno e buonasera, arrivederci, prego, grazie – magari usanze piccoloborghesi ma che decisamente non vorrei mettere da parte – a Roma non le trovo.

Qui sono la regola e certe volte possono cambiare l’umore di una giornata, far sentire a casa.

La cortesia può sembrare una falsa sovrastruttura, tuttavia io credo che sia piuttosto la radice dell’umanità, intesa come senso di predisposizione verso gli altri esseri, e che l’assenza di cortesia sia la radice della volgarità.

Per questo a un barista che commenta il risultato delle partite con gli avventori, preferisco quello che non manca di dire buongiorno a chi entra e arrivederci a chi esce, e non passa uno scontrino in mano all’avventore mentre continua a chiacchierare con qualcun altro, come accadeva regolarmente al bar vicino all’università, dove in molti andavamo a pranzo (a prezzi immorali, peraltro).

E poi anche qui, superato lo scoglio non indifferente della lingua, non è insolito scambiare due parole con i baristi.

So che molti non saranno d’accordo e serbano mille racconti sui cattivi tedeschi del passato e del presente.

Ognuno ha la propria visione di ogni città e per questo ognuno dovrebbe liberamente poter scegliere dove vivere.

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3 pensieri su “L’orso e la cagna

  1. Ciao Chiara, complimenti per il tuo Blog; veramente interessante e sempre ricco di spunti. Incuriosito dal post ho letto il link cui fai riferimento e, a mio avviso, penso ci sia un approccio completamente diverso nel vivere le opportunita’ e le contingenze della vita. Percepisco, da parte tua, un profondo rispetto per la citta’ di Berlino, un amore profondo per la vita e la bellezza “altra”; la voglia di aprirsi ad una cultura vicina ma allo stesso tempo lontana da quella italiana. Tralasciando il punto di vista “romanocentrico”, la nostalgia di casa e, in particolare, le chiacchere da bar o il personaggio famoso che dovrebbe farci sentire felici al solo incontro (…) credo in fondo si tratti di questo; una mentalita’ aperta, europea, desiderosa di apprendere e crescere da una parte e dall’altra un modo di porsi un tempo vicino allo stereotipo dell’emigrante italiano in cerca di fortuna negli anni che furono; lavoro ed esclusione sociale (volontaria ed involontaria… erano anche altri tempi) e poi si torna al paese… oggi piu’ orientato al mordi e fuggi; contando le ore che separano l’esilio (forzato?) dal ritorno…a casa e … al bar (?!) E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, ci sono delle Baeckerei dove si puo’ far colazione molto bene; basta cercare!! In bocca al lupo ed avanti cosi’!! Bis bald!!! Gabriele

  2. Sono cittadina italiana da più di trent’anni, e il matrimonio con un romano ha portato come conseguenza non solo la “cittadinanza” romana; ma anche tutto ciò che la riguarda: pastasciutta a pranzo e cena, o meglio: primo, secondo, contorno, frutta, (dolce) caffè e ammazza caffè…
    Questa premessa, per dire che ancora riesco a guardare l’Italia da “fuori” e la vedo come le classi delle scuole di ogni ordine e grado: ogni aula è un mondo a se, non si percorre un sentiero comune, ogni insegnate da il meglio e il peggio di se. Insomma, non si è riuscito neanche a unificare le scuole, figuriamoci il paese. Appunto. Ho vissuto a Roma in un bel quartiere chic, per quattro anni, due da soli e due con un bambino.
    I due anni da soli, penso che possano essere paragonati ai tuoi anni di università, non era solo il barista che non aveva il tempo di socializzare; ma eravamo anche noi, impegnati a fondare una famiglia, a cercare un lavoro, insomma a pensare al futuro.
    La nascita di un figlio, e soprattutto la scelta di rimanere a casa, mi fecero scoprire nel barista, l’edicolante, il fruttivendolo e il macellaio, delle persone con cui ogni giorno ci si scambiava non solo il saluto; ma anche delle opinioni, e a volte ti risolvevano il problema del “cosa faccio oggi per pranzo?”.
    La parte ostile di Roma, invece, l’ho scoperta negli spostamenti giornalieri con un bambino in carrozzina, un percorso a ostacoli! Tempi biblici per fare i soliti giri: banca, posta, spesa, con i marciapiedi sempre invasi di macchine…
    Io adoro Roma; ma anche il centro non è molto ospitale. Ero abituata ai bar di Buenos Aires, dove gli studenti siedono per ore a studiare, con la loro pila di libri e la spesa di una tazzina di caffè.

    Due anni dopo la nascita di nostro figlio, un trasferimento di lavoro di mio marito ci portò in provincia. Una cittadina industriale, poco distante di Roma. Dicono che da queste parti sbarcò Enea… Di certo, sbarcarono i palazzinari che la massacrarono.
    A volte, non è il contesto; ma la qualità della vita che riesci a crearti. E’ vero, non c’erano dei giardini curati; (a Roma ne avevo più di uno; ma pieni di siringhe e cani) In mezz’ora riuscivo a sbrigare la banca, la posta e la spesa, il resto era sole e passeggiate, e chiacchiere con il fruttivendolo, con l’edicolante, e il macellaio… E le scuole, fino alle superiori, in un raggio di 200 metri…
    Quello che voglio dire, è che alla fine, sono le nostre scelte di vita che fanno di noi quello che siamo: delle persone socievoli o meno. O soddisfate o arrabbiate… beh… ultimamente, siamo molto, molto arrabbiati, comunque!

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