Il piacere dello studio

Dopo tre giorni a un bel convegno presso un istituto di ricerca berlinese non posso nascondere l’impressione che quassù si respiri un’aria migliore nell’accademia. Non che in Italia manchi il piacere dello studio: la quantità di ottimi studiosi italiani negli istituti di ricerca di tutto il mondo ne è una ulteriore conferma.

Chi resta in patria però deve confrontarsi con una situazione frustrante che finisce per guastare l’atmosfera.

Non serve spiegare ancora una volta come stanno le cose.

In Italia il piacere che dà la studio finisce per diventare un porto privato nel quale rifugiarsi per dimenticare il contorno, e non riesce a essere condiviso con la necessaria apertura verso colleghi, studenti e appassionati.

So che vista dall’interno una situazione appare sempre più complessa che dall’esterno, per cui la mia prospettiva potrebbe essere un po’ falsata. Forse anche quassù o negli USA non è tutto rose e fiori.

Eppure la mia sensazione non se ne va.

E il fatto che quassù si tenga in gran conto il titolo di “dottore” (che ha solo chi ha fatto un dottorato di ricerca e non qualsiasi studente alla fine del triennio – o qualsiasi avventore di un bar con la cravatta) non riesce a sembrarmi una frivola ubbia tedesca.

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