A Kassel per dOCUMENTA (13)

Grazie a una idea di Arnold Bode, dal 1955 ogni 5 anni – anche se in origine l’intervallo di tempo era di un anno più breve – Kassel diventa per 100 giorni la capitale dell’arte contemporanea in occasione di documenta.

Anche da Berlino bisogna dunque organizzare un’escursione.

Un giorno non è sufficiente per vedere tutte le opere esposte in giro per la città. Per comprendere veramente l’intero percorso espositivo e la direzione che prende l’arte contemporanea sarebbe necessario molto tempo. Tuttavia con un po’ di buona volontà in una intera giornata c’è modo di farsi almeno un’idea.

Molto bella l’idea di mescolare le opere negli altri musei come l’Orangerie e l’Ottoneum, dove si trovano alcune tra le opere più interessanti (ad esempio quelle di Claire Pentecost).

La cosa che forse colpisce di più in questa edizione è il tentativo di intessere un legame tra arte e natura declinato in un senso nuovo: in un tempo in cui l’artefatto ha superato in naturalezza la natura, la natura stessa si fa arte.

Persino la brezza, che Ryan Gander fa correre nelle prime sale del Fridericianum, suggerendo ai visitatori molto più di quanto facciano le parole degli esperti (il titolo è: “I Need Some Meaning I Can Memorize”).

L’onda di Massimo Bartolini intanto oscilla sempre uguale, disegnando la propria linea sul margine dalle vasca circondata di grano.

Interessante anche l’istallazione di Pierre  Huyghe, tra terra, fiori spontanei, cemento e api.

Molto bella la casa con giardino della brasiliana Anna Maria Maiolino, di fronte alla quale si resta spiazzati, incerti tra l’armonia dolce del canto degli uccelli e l’inquietante ripetitiva sovrabbondanza di oggetti che carica le superfici.

Un po’ troppo ammiccante, invece, l’idea di Ida Applebroog di creare poster con vecchie lettere e altro, riprodotti in serie, che ogni visitatore può prelevare liberamente.

L’impressione generale è che l’arte contemporanea dia il meglio di sé in tre dimensioni, magari anche in quattro, occupando grandi superfici, coinvolgendo i sensi. Convince poco, al contrario, la grande presenza di video, spesso troppo lunghi, tanto da creare il dubbio tra quale sia la differenza tra video arte e film.

Alla fine della giornata resta il desiderio di tornare o fermarsi un giorno in più, il dispiacere di non aver preso appunti cammin facendo e di aver deciso di non fare foto, per limitarsi a fruire dell’arte senza bloccarla.

Resta anche un dubbio sul senso di una esposizione così grande, difficile da cogliere appieno, difficile da assimilare.

Su tutto, però, vince la sensazione che le parole che si possono spendere sono troppe e superflue, che è meglio andare, vedere e vivere, restare magari senza una opinione chiara, eppure arricchiti dall’esperienza.

Tra cinque anni l’appuntamento sarà doppio: oltre a documenta sarà di nuovo il turno anche di Skulptur.Projekte, esposizione di sculture e opere d’arte che impegnino tre dimensioni, organizzata a Münster dal 1977 ogni 10 anni.

Cinque anni fa l’opera che mi colpì di più era una istallazione di Susan Philipsz intitolata “The Lost Reflection”. Sotto il Torminbrücke, due voci sembravano rispondersi tra le due rive, cantando la Barcarola di Offenbach (confesso che da allora, ogni volta che passo sotto un ponte in bici mi trovo a canticchiare la stessa melodia).

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